La Cina, in silenzio, è diventata da attore minore a più grande importatore mondiale di gas naturale
È un cambiamento repentino che ha attirato poca attenzione: in poco più di un decennio, la Cina è passata dall’essere un attore minore nei mercati globali di gas a diventare il maggiore importatore mondiale di gas naturale, una delle materie prime di maggior valore al mondo.
Dal 2013, il consumo di gas in Cina è triplicato. I nuovi gasdotti hanno enormemente aumentato le importazioni di gas naturale dalla Russia e dall’Asia centrale e, nel 2022, è diventato il maggior acquirente mondiale di gas naturale liquefatto (GNL).
A questo si aggiunge la grande crescita della produzione di gas cinese: il Paese è sulla buona strada per superare l’Iran come terzo produttore mondiale di gas entro il 2030, ed è chiaro che Pechino sia in grado di influenzare il mercato globale del gas naturale.
L’ascesa della Cina come potenza nella produzione di gas avviene mentre altri grandi mercati, come Giappone e Corea del Sud, stanno vedendo diminuire i loro consumi. Ciò significa che i principali esportatori, come Stati Uniti, Russia, Malesia, Qatar e Australia, diventeranno sempre più dipendenti dalla Cina come cliente, quando che Pechino continua a firmare contratti a lungo termine, espandere gli investimenti nella produzione e riesportare GNL.
Ci sono anche notevoli preoccupazioni climatiche, poiché l’abbondanza di gas naturale potrebbe porre dei limitiall’economia cinese – in particolare i suoi data center e i settori manifatturieri ad alta intensità energetica – sul futuro delladecarbonificazione.
E i Paesi a basso reddito in Asia e Africa potrebbero risentire degli effetti di una Cina che assume un ruolo maggiore come fornitore di gas.
Perché il gas è importante
Tradizionalmente, il gas naturale era una merce scambiata solo tra pochi Paesi.
Il Giappone ha a lungo dominato il lato acquisti del mercato del GNL, mentre i gasdotti russi portavano gas dalla Siberia in tutta l’Eurasia.
Ma la difficoltà nel trasportarlo a basse temperature e sotto alta pressione lo rendevano un combustibile costoso.
Tuttavia, dai primi anni 2000, il consumo di gas è drasticamente aumentato in tutto il mondo.
Negli Stati Uniti, per esempio,sono due i fattori dominanti che hanno portato a questa crescita.
Innanzitutto, c’è stata la spinta a chiudere le vecchie centrali a carbone e sostituirle con il gas, visto come ponte verso le rinnovabili grazie alle emissioni relativamente inferiori di gas serra.
In secondo luogo, il boom del fracking(tecnica di estrazione del petrolio e gas) negli anni 2010 ha permesso di sfruttare il gas a prezzi molto più bassi, trasformando gli Stati Uniti nel più grande produttore mondiale di gas.
L’ascesa del gas naturale è continuata anche quando le rinnovabili come l’eolico e il solare sono cresciute, in contrasto con altri combustibili fossili.
Il consumo del carbone si è stabilizzato o diminuito in molti mercati, e anche il petrolio sta affrontando venti contrari con la crescita dei veicoli elettrici in Europa, Cina e alcune zone del Nord America.
Viceversa, il consumo di gas naturale è costantemente cresciuto per anni, con un consumo oggi quasi doppio rispetto al 2010, e si prevede che questa crescita continui anche dopo i picchi raggiunto da carbone e petrolio.
Nonostante l’abbondanza di carbone, l’ascesa economica della Cina è stata fortemente dipendente dall’importazione di petrolio e gas.
A differenza degli Stati Uniti o dell’Australia, che dispongono di abbondanti risorse ed esportazioni di carburanti, l’insicurezza energetica è un fattore chiave nella spinta della Cina ad espandere il proprio controllo nel settore del gas naturale.
In effetti, è stato il Presidente Xi Jinping che, nel 2018, ha spinto le aziende cinesi ad acquistare e produrre più gas.
A differenza dei mercati del carbone e del petrolio, il gas naturale – e in particolare il GNL – viene spesso scambiato in base a contratti a lungo termine a un prezzo fisso.
Questo fu inizialmente ideato come modo per garantire investimenti continui nella produzione, quando il mercato comprendeva pochi Paesi.
Oggi, è un modo per i Paesi ad alto reddito di garantire la stabilità dei prezzi e la sicurezza energetica a lungo termine.
Il Giappone è stato beneficiario di contratti a lungo termine per il GNL quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022, causando un picco dei prezzi spot del gas naturale in tutto il mondo.
Tokyo ha addirittura riesportato parte di questo gas in Europa nel primo inverno dopo l’invasione, quando si temeva carenza di carburante.
Ma oggi, la maggior parte dei contratti a lungo termine di GNL sono detenuti dalla Cina, alcuni con scadenza a 25 anni, garantendo che il gas entri nel Paese per molti anni a venire.
Inoltre, la strategia della diversificazione della Cina significa che le interruzioni dell’approvvigionamento attraverso lo Stretto di Hormuz, attraverso cui normalmente fluisce un quinto del GNL mondiale, potrebbero non avere un impatto così grande come potrebbe avere per altri Paesi asiatici che dipendono maggiormente dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti per il loro GNL.
Al contrario, la Cina ha contratti con altri Paesi come Malesi, Brunei e Australia.
L’ascesa della Cina e le preoccupazioni climatiche
Perché la Cina dovrebbe espandere il suo uso di gas quando è già leader mondiale in campo si solare ed eolico?
La Cina è stata recentemente al centro delle notizie su molti media per i suoi mega progetti “green”, che hanno aggiunto più capacità nel 2025 rispetto a tutto il mondo messo insieme.
Ma questo aumento nella produzione di energia elettrica non è che una goccia d’acqua nell’oceano della costante crescita di domanda di elettricità in Cina, rappresentando solo il 14% della produzione – più o meno quanto produce l’Australia e sotto a Spagna, Brasile e Marocco.
Inoltre, il solare e l’eolico giocano un ruolo limitato nell’industria, che è responsabile di circa un quarto del consumo energetico della Cina e dove il gas sta facendo progressi significativi.
Anche il riscaldamento domestico e la petrolchimica sono settori in crescita per il consumo di gas, mentre la Cina cerca di affrancarsi dalla dipendenza dal petrolio, uno sforzo che è diventato ancora più urgente da quando il commercio con il Venezuela è stato interrotto dalla caduta di Maduro, avvenuta inizino anno.
La geopolitica è anche un fattore chiave nella crescente dipendenza della Cina dal gas.
Gli acquisti ampliati di gas russo da parte di Pechino sono visti come un sostegno a un partner e come finanziamento alla guerra di Mosca contro l’Ucraina.
E avere accordi a lungo termine con diversi Paesi, dagli Stati Uniti alla Malesia, dal Qatar all’Iran, aggiunge resilienza durante crisi energetiche come quella attuale.
È uno schema che il Giappone, povero in risorse, ha adottato con grande successo dopo la recessione causata dalla crisi petrolifera degli anni ’70, utilizzando il GNL come modo per diversificare ed esercitare un maggiore controllo su una fonte energetica chiave.
Sorprendentemente, l’aumento del consumo di gas naturale in Cina ha ricevuto poca attenzione da parte delle associazioni per il clima e l’ambiente, che si concentrano maggiormente su carbone e rinnovabili, concedendo di fatto un alibi alle aziende cinesi.
L’Australia offre un curioso caso di studio: quasi tutta la crescita delle esportazioni di GNL del Paese dal 2015 è stata generata dalla domanda cinese, ma le organizzazioni non profit australiane hanno concentrato la maggior parte della loro attenzione sulla posizione del Giappone, investitore di lunga data.
Crescita della presenza all’estero
Nell’ultimo anno, la presenza globale della Cina nei mercati di gas naturale non solo è cresciuta, ma si è trasformata, passando da meri accordi di importazione di GNL e gas a collaborazioni attive in progetti di sviluppo esfruttamento del gas all’estero.
A gennaio, la più grande compagnia petrolifera del Paese, CNOOC, si è unita a u progetto di 4 miliardi di dollari in Qatar volto ad espandere la produzione di GNL.
Il mese seguente, la China National Petroleum Corporation ha firmato un accordo per espandere il progetto Yamal LNG in Russia, con aziende cinesi che gestiscono la produzione e possiedono il 30% delle quote del progetto.
Aziende cinesi sono inoltre coinvolte nel progetto Rovuma LNG in Mozambico e nel progetto BangaKayo nella Repubblica Democratica del Congo.
Per gli osservatori, la Cina è pronta a diventare un attore centrale nel futuro del gas naturale e nella continua crescita del sistema mondiale di porti, impianti di stoccaggio e gasdotti. Infatti, proiezioni indipendenti di gruppi come BloombergNEF prevedono che il consumo di gas in Cina continuerà a crescere insieme ad eolico e solare, anche se altri combustibili fossili come carbone e petrolio raggiungeranno un picco prima di diminuire gradualmente.
La Cina non ha necessariamente bisogno di consumare tutto quel GNL e gas.
Può però riesportarlo, cosa che Giappone e Corea del Sud fanno da anni.
Oltre a tutti gli investimenti in porti e oleodotti, c’è anche una spinta ad espandere la flotta di petroliere GNL, con le prime navi prodotte internamente consegnate lo scorso anno.
Secondo un rapporto pubblicato lo scorso anno dall’organizzazione no profit Solutions for our Climate, la Cina ha il maggior numero di vettori in ordine, oltre 80.
Questo gli darebbe la seconda flotta più grande del mondo, subito dietro al Giappone.
Sebbene la maggior parte dei contratti GNL con Paesi come Qatar e Malesia prevedesse clausole di destinazione che vietano la riesportazione, ci sono due grandi eccezioni: gli Stati Uniti e l’Australia.
Tra questi due, quello con gli Stati Uniti è sicuramente singolare poiché la guerra commerciale in corso tra Stati Uniti e Cina e i dazi reciproci impongono agli importatori cinesi di pagare di più se ricevono GNL statunitense.
Il risultato è che da aprile la maggior parte viene riesportata in Europa, ma anche in Paesi come Bangladesh e Thailandia.
In futuro, i mercati emergenti in Asia e Africa potrebbero diventare potenziali destinazioni per l’eccesso di GNL cinese man mano che nascono le nuove infrastrutture destinate al gas.
È significativo che la Cina abbia contribuito a finanziare la maggior parte delle centrali a carbone negli stessi Paesi.
Nonostante tutte le speranze degli attivisti climatici che la Cina diventasse un contrappeso alla leadership anti-clima di Washington, in realtà gli Stati Uniti non sarebbero in grado di far crescere la loro industria del gas senza il mercato cinese.
E ora, mentre la Cina spinge la distribuzione di gas americano e australiano in tutto il mondo, Pechino sta contemporaneamente spingendo la dipendenza da combustibili fossili i Pesi più poveri, ostacolando i loro tentativi di passare alle rinnovabili.
Qualcuno comincia a parlare di “leadership climatica”, leadership che va piano piano estendendosi a forniture di un bene sempre più prezioso.




