«Il diplomatico moderno deve gestire la complessità», intervista a Ettore Sequi

Competenza, dedizione e capacità di gestire complessi affari internazionali, con queste tre qualità potremmo descrivere la figura di Ettore Sequi, diplomatico italiano che abbiamo avuto la possibilità di intervistare. Prima di entrare a far parte del servizio diplomatico, Sequi ha accumulato una vasta esperienza in diversi settori, che spaziano dall’economia alla politica estera e abbiamo iniziato il nostro dialogo proprio dalle origini.
Tra i suoi incarichi più prestigiosi, Sequi ha servito come Ambasciatore presso importanti sedi diplomatiche in tutto il mondo, inclusi posti chiave come l’Iran e la Cina. La sua leadership è stata fondamentale in momenti cruciali per le relazioni bilaterali tra l’Italia e altre nazioni, contribuendo alla promozione di interessi comuni, alla risoluzione di conflitti e alla promozione della cooperazione internazionale.
Durante l’intervista, abbiamo il percorso professionale di Ettore Sequi, i suoi pensieri su questioni geopolitiche attuali e future, nonché le sue riflessioni sull’importanza della diplomazia in un mondo sempre più interconnesso e complesso.
Ha iniziato la sua carriera diplomatica nel 1985: a distanza di quasi trent’anni, com’è cambiata la professione del diplomatico?
La funzione primaria non è cambiata: tradizionalmente si continua a condurre le relazioni internazionali del proprio Paese, sia a livello bilaterale che multilaterale. Tuttavia, il diplomatico si è progressivamente adattato alle nuove sfide rappresentate dall’imponente sviluppo della tecnologia digitale, dall’impatto della globalizzazione dei mercati, dalla necessità di promuovere sempre più efficacemente il proprio “sistema Paese” e di fornire servizi ai propri connazionali, privati o imprese.
L’avvento dell’intelligenza artificiale sta influendo su gran parte dei settori lavorativi: nell’ambito diplomatico come potrebbe impattare l’IA?
Il diplomatico moderno deve essere in grado di comprendere e gestire la complessità e la tecnologia. Io stesso, nell’ultima fase in cui ero Segretario Generale del Ministro degli Esteri, avevo promosso due esperimenti: uno, basato sull’intelligenza artificiale, consentiva tramite operatori virtuali di far fronte all’imponente flusso di contatti da parte dei connazionali nei periodi di crisi. Il secondo era un esperimento di “diplomazia predittiva” realizzato insieme al Politecnico di Torino: sulla base di adeguati algoritmi, si legavano segnali deboli che presi individualmente non avevano un apparente significato ma che, posti in relazione tra di loro, potevano anticipare il verificarsi di una crisi. È facile comprendere quale importanza potrebbe avere un tale sistema per prepararsi tempestivamente ad assistere i connazionali in caso di pericoli. Quindi l’intelligenza artificiale è certamente uno strumento importante ma deve essere gestita con particolare attenzione. Un altro dei temi critici è quello della disinformazione e delle fake news. Ad esempio, dopo l’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina, era circolato un deep fake del Presidente ucraino Zelensky che annunciava la propria intenzione di arrendersi. Era evidentemente un falso che mirava a screditare Zelensky. Per far fronte alle sfide dell’intelligenza artificiale e della tecnologia digitale è nato il concetto di digital diplomacy, che riguarda sostanzialmente la gestione da parte del diplomatico delle nuove frontiere di queste tecnologie. Dobbiamo infatti attrezzarci a gestirne anche gli aspetti problematici. Ad esempio, si pensi all’applicazione dell’intelligenza artificiale a un drone che debba operare in aree in cui vi siano disturbi delle comunicazioni: potrebbe essere sottratta all’operatore umano e affidata ad appropriati algoritmi la decisione se sparare o meno, e a chi sparare. Dobbiamo avere un controllo molto attento di tutti questi sviluppi.
È stato Ambasciatore in Cina, conosce la mentalità politica cinese e uno degli argomenti più interessanti del panorama geopolitico è la questione di Taiwan. Secondo lei quali scenari ci saranno nel medio-lungo termine?
Per comprendere meglio il presente, occorre fare riferimento al cosiddetto “Sogno cinese”, ovvero il centenario, nel 2049, della Repubblica Popolare Cinese. Per allora, la Cina dovrà aver recuperato la sua posizione e il suo ruolo al centro del mondo, dopo il “Secolo delle umiliazioni” ossia delle interferenze straniere sul territorio cinese dall’inizio della prima Guerra dell’Oppio nel 1839 alla fondazione della Repubblica popolare cinese (RPC) nel 1949. In estrema sintesi ciò significa ridiventare il primo Paese nel mondo. Ricordo che l’ideogramma di Cina significa “il Paese di mezzo”, quello principale.
Nel completamento di questo obiettivo, secondo i vertici del Partito Comunista cinese, la Cina deve recuperare anche Taiwan che a Pechino è considerata parte integrante della Repubblica popolare. Tale visione ha evidentemente implicazioni ideologiche, ma anche politiche ed economiche. La RPC ritiene infatti di non poter rinunciare a essere la potenza egemone in quell’area. Non dimentichiamo che oggi Taiwan produce il 60% dei microprocessori mondiali e la maggior parte di quelli più avanzati. Questi prodotti sono alla base dello sviluppo tecnologico, fondamentale per l’Occidente ma anche per la Cina, se vuole continuare ad alimentare uno sviluppo economico che possa consentire di occupare quei dodici milioni di giovani cinesi che ogni anno entrano nel mercato del lavoro. Non riuscire a farlo potrebbe rischiare di far venire meno quel patto sociale implicito tra partito comunista e popolazione, che consiste in una evidente limitazione delle libertà in cambio di un minimo benessere economico. La RPC invaderà Taiwan? Questo, purtroppo, non lo sappiamo. Essa preferirebbe certamente assimilare Taiwan senza muovere guerra. Lo stesso generale cinese Sun Tzu, nell’”Arte delle Guerra” diceva già, circa 2500 anni fa, che il bravo Generale è quello che vince senza combattere. Del resto le autorità cinesi hanno guardato con grandissimo interesse alle reazioni politiche, militari ed economiche da parte delle potenze occidentali nella crisi Ucraina, per cercare di trarne insegnamento in un eventuale crisi a Taiwan. Si può pensare che, nel lungo periodo, la loro idea sia quella di avere uno statuto analogo a Hong Kong. Che questo sia possibile, poi, è tutto da vedere. Una campagna militare a Taiwan, in astratto, non può essere esclusa.
Parlando di paesi “ostili”, o meglio, “caldi”, arriviamo all’Iran. Nel 1989 è stato Console a Teheran. Durante l’ultima tornata elettorale c’è stata poca affluenza alle urne e, parallelamente, Khamenei ha 84 anni e, probabilmente, nel mandato della prossima Assemblea, si potrebbe intavolare la questione della successione. Dato il mutamento generazionale iraniano, potrebbe cambiare la traiettoria strategica del Paese dal punto di vista politico? Se sì, come?
Obiettivamente si sta assistendo a una disaffezione della popolazione nei confronti del regime e la scarsa affluenza al voto lo ha dimostrato. Teniamo conto che la maggior parte degli abitanti dell’Iran sono nati dopo la Rivoluzione Khomeinista e, quindi, sono estranei alle dinamiche che hanno portato alla presa di potere da parte degli Ayatollah. La Repubblica Islamica ha certamente preoccupazioni di tenuta sociale, come è risultato particolarmente chiaro dalla durata e, soprattutto dall’intensità delle manifestazioni popolari, soprattutto giovanili, a seguito della uccisione di Masha Amini. Tali preoccupazioni sono accresciute dalla consapevolezza di dover affrontare in tempi probabilmente non lunghi un passaggio problematico, rappresentato dall’avvicinarsi del momento della successione della Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei, molto anziano e malato. Una considerazione finale: tali preoccupazioni spiegano come, almeno finora, l’Iran abbia preferito evitare una escalation regionale nella crisi di Gaza e un confronto diretto con Israele.
Cambiamo argomento: è diventato direttore dell’Atlante Geopolitico della Treccani da aprile 2023, ci saranno novità in vista della prossima uscita?
Il mio approccio è di innovare nella continuità. Sostanzialmente, ci stiamo dotando di una redazione autonoma che si preoccuperà in prima persona della redazione delle schede dei Paesi, la cui redazione preliminare è stata finora affidata ad autorevoli autori esterni, e successivamente raffinate dei bravissimi esperti della Treccani. Quest’anno abbiamo deciso di sviluppare adeguate capacità endogene, di fare un lavoro ancora più efficace, approfondito e all’altezza del nome di Treccani. Questo ci darà anche la possibilità di collegare meglio le attività dell’Atlante con quelle di altre realtà dello straordinario e affascinante mondo di Treccani, come ad esempio Treccani Accademia, con cui lavoriamo per inaugurare richiestissimi corsi di geopolitica. Stiamo anche studiando la possibilità di una adeguata integrazione tra atlante cartaceo e supporto digitale.
Domanda personale: ogni carriera è fatta di alti e bassi, di ricordi belli e meno. Qual è un ricordo o traguardo che ricorda con particolare piacere?
Devo dire la verità: conservo soltanto ricordi belli. Tra i tanti, mi viene in mente il periodo in Afghanistan con le vicende che portarono alla liberazione, dalle grinfie dei talebani, del bravissimo giornalista Daniele Mastrogiacomo. Vi fu una trattativa molto difficile e abbastanza inconsueta. I rapitori chiedevano, in cambio del nostro giornalista, la liberazione da parte del governo afghano di alcuni talebani detenuti. Dopo un’intensa azione diplomatica riuscimmo a convincere i vertici afghani a rilasciarli. Tuttavia, invece di effettuare direttamente lo scambio, questi talebani mi vennero consegnati direttamente e personalmente dal capo dei servizi afghani, il quale pretese da ma la firma di una ricevuta, la cui copia ancora conservo. Si tratta di un ricordo veramente unico, anche perché riuscimmo a salvare così la vita al nostro connazionale. Più recentemente, ricordo ancora con particolare piacere gli sforzi di modernizzazione dei metodi di lavoro e dei processi di funzionamento del Ministero degli Esteri intrapresi insieme ai colleghi membri del Consiglio di Amministrazione della Farnesina. Da tali sforzi sono scaturite alcune circolari operative, che considero l’avanguardia nell’ambito della Pubblica Amministrazione, e che riguardavano soprattutto la parità di genere, la qualità della vita sul luogo di lavoro, la comunicazione e il linguaggio. In quest’ultima circolare, in particolare, invitavo tutti i colleghi a utilizzare uno stile più sintetico, efficace e meno paludato. Come suggeriva Winston Churchill, le frasi brevi sono le migliori.





