L’ennesima cattedrale (militare) nel deserto (economico)

Otto come l’infinito degli antichi Egizi, otto come il numero sacro dedicato al dio Thoth, da cui tutto avrebbe avuto origine, e otto, soprattutto, perché se gli Stati Uniti ne hanno cinque: il Pentagono.
In un caldo sabato dell’estate 2026 il feldmaresciallo Abdel Fattah Al-Sisi ha apposto la propria firma su un documento racchiuso in una copertina rosso vermiglio, sigillando così la nascita ufficiale dell’Ottagono, il nuovo quartier generale che riunisce tutte le forze armate egiziane, sede della quindicesima armata più numerosa al mondo. Si tratta di un’opera che il presidente sembra vivere come la propria eredità storica, in un momento in cui l’entusiasmo per la partecipazione della nazionale agli ultimi Mondiali di calcio si mescola alla retorica del potere, sotto il nome amministrativo pomposo di “Comando Strategico” assegnato alla struttura.
Il complesso si estende su novantadue chilometri quadrati, una superficie paragonabile a mezza Milano, e comprende al suo interno tredici distinte aree strategiche. Otto edifici occupano la zona centrale, riservata naturalmente al presidente, e attorno a essi trovano posto i centri di comando delle tre forze armate, sale operative dedicate al controllo di droni e sistemi di intelligenza artificiale, unità specializzate nella guerra cibernetica, archivi digitali sotterranei, postazioni per le comunicazioni, batterie antiaeree, apparati di intelligence e ricognizione satellitare, reti in fibra ottica ad altissima velocità e sistemi wireless criptati.
Al-Sisi ha presentato l’opera come un passo necessario per la difesa della pace, richiamando gli accordi con Israele in vigore dal 1979, le mediazioni ancora fragili su Gaza e sullo stretto di Hormuz e i rapporti tesi con l’Etiopia, legati alla disputa sulla diga del Nilo. Per l’occasione il presidente ha indossato la divisa militare in pubblico, cosa che non accadeva dai tempi dell’inaugurazione del raddoppio del canale di Suez nel 2015, compiendo l’ennesimo gesto simbolico in un momento in cui le tensioni regionali e il calo del traffico attraverso il Canale stanno costando al Cairo circa dieci miliardi di dollari l’anno.
Le forze armate restano dunque il pilastro portante del regime egiziano, infatti il Paese si colloca tra i maggiori acquirenti di armamenti dell’intero Medio Oriente, superato solo da Israele e affiancato da Arabia Saudita e Turchia, proseguendo una tradizione che affonda le radici nell’epoca nasseriana e che ha reso quello egiziano il più grande esercito del continente africano, forte di un milione di soldati.
Fa riflettere in tal senso come la sola struttura muraria dell’Ottagono sia costata circa un miliardo di dollari, una cifra che rappresenta appena un sessantesimo di quanto costerà complessivamente New Cairo, la nuova città amministrativa che sorgerà a quaranta chilometri dalla capitale e che Al-Sisi immagina come il proprio lascito alle generazioni future.
Resta però aperta la domanda su chi debba sostenere questi costi, visto che un cittadino egiziano su quattro vive sotto la soglia di povertà, Il Cairo è alle prese con blackout energetici ricorrenti e il debito estero del Paese ha raggiunto livelli paragonabili a quelli dell’Argentina, mentre l’Unione Europea sta valutando l’erogazione di un prestito da 7,7 miliardi di euro. Chissà che presto Al-Sisi non vestirà i panni di un sempre attuale Alberto Sordi, stavolta “vitellone” a tinte medio-orientali: “lavoratori? Prrrrr”.



