Oliver Stone: «Il terrorismo?Una scusa degli americani» – Roma 2016

Oliver Stone: «Il terrorismo?Una scusa degli americani» – Roma 2016

Sono stati pochi i registi che, nel corso della storia, hanno saputo contrapporsi allo spirito hollywoodiano del cinema pur rimanendo concretamente legati a quelle dinamiche produttive. Pochi nomi, ma sicuramente significativi: John Ford, Alfred Hitchcock, Orson Welles. Poi i tempi sono diventati più maturi, la caccia alle streghe comuniste è finita, Hollywood conosce un tempo di rinascita e vede crescere una sua altrettanto valida alternativa nel cinema newyorkese (quello di Allen, Scorsese o Cimino, per intenderci). Ed è chiaro che, nel momento in cui il modello dello studio system inizia a perdere colpi, rinunciando a quell’egemonia che dagli anni ’30 aveva monopolizzato il mercato dell’audiovisivo americano (e non solo), riuscire a trovare una voce fuori dal coro diventa molto più semplice. Ed è per questo che oggi riusciamo ad apprezzare lo straordinario fiuto di Michael Moore o il connubio tra dramma e politica firmato Oliver Stone.

Ma se la sagacia di Moore è tutta incentrata nel concetto di veridicità, di realismo documentario e quindi di indubbia attendibilità dei fatti, diverso è il discorso per il regista di New York. La sua è una vita spesa rivelando il dolore dalla parte di chi lo ha subito, un continuo raccontare di un’America democratica soltanto in divenire. E proprio questa è stata la sensazione finale che ha caratterizzato l’incontro di Stone con il pubblico romano, nella seconda serata del Rome Film Fest.

La struttura dell’incontro è quella classica: le sequenze dei suoi film più celebri diventano spunto per commentare la situazione politica americana, intendendone le evoluzioni (ammesso che ce ne siano state), decriptando un gioco di poteri complesso e stratificato. Così, dopo la proiezione di alcuni frammenti di Born on 4th of July Stone ammette chiaramente di essersi sentito un po’ come il Tom Cruise in carrozzina che interpreta Ron Kovic, accusato addirittura d’essere comunista.

Parla di JFK come di uno dei momenti più difficili della sua carriera, perché «il trattamento di quel film era diventato un vero e proprio pallone politico, e non immaginate quanto i media americani possano essere allineati con il pensiero dominante». I connazionali sono per Stone «persone aggressive, che hanno totalmente perso l’idea di pace», sono stati inferociti da anni ed anni di bieco capitalismo e si sà che « il capitalismo senza freni è un animale che prima o poi degenererà!». Parole queste, dette dopo la proiezione di una delle più celebri scene di Wall Street, vero e proprio lasciapassare per introdurre l’argomento Donald Trump.

oliver stoneStone sa bene che anni ed anni di politica imperialistica hanno portato soltanto all’impoverimento della classe media e quindi all’ascesa del magnate più pericoloso del mondo, ma non ha parole di conforto nemmeno per la controparte democratica Hillary Clinton.

La campagna elettorale dei repubblicani si fonda sulla paura, sulle minacce del terrorismo. Ma per Stone il terrorismo è soltanto una scusa, l’ennesimo capro espiatorio che permetta ancora una volta di dare il là all’ennesima guerra di potere. E questa è la miglior chiave di lettura con cui guardare il suo prossimo film, Snowden (qui la recensione https://www.2duerighe.com/la-dolce-vita-cinema/80250-michael-buble-vs-oliver-stone.html).

L’incontro si è concluso poi con delle sequenze di film scelte dallo stesso regista ed il suo omaggio più grande è stato al nostro Bernardo Bertolucci, di cui è stato proiettato uno spezzone di Novecento e che proprio oggi incontrerà il pubblico della Festa del Cinema.

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