Locked – In Trappola, delitto e castigo

Due attori che hanno fatto (e che continuano a fare) la storia del cinema horror, thriller e non solo, una sola location, e un lungo e tortuoso dibattito su giustizia e vendetta: questi sono gli elementi alla base di “Locked – In Trappola”, remake del lungometraggio argentino “4×4” per la regia di David Yarovesky, prodotto da Sam Raimi e con protagonisti Bill Skarsgard e Anthony Hopkins.
Quella che si presenta come una golosissima opportunità per un lungometraggio dalla forte impostazione teatrale, in cui poter giocare con la regia opprimente, l’ambiente claustrofobico e l’intensità delle performance degli attori viene sfruttata in maniera limitata solo per i primi tre quarti di film per poi arenarsi in un finale frettoloso e anticlimatico che spreca il potenziale dell’ottimo materiale di base.
La Macchina Infernale
Il ladruncolo di strada Eddie Barrish (Bill Skarsgard) tenta di forzare una costosa macchina abbandonata in un parcheggio, ma una volta entrato si rende conto nel peggiore dei modi di essere finito in una trappola mortale ordita dal misterioso William (Anthony Hopkins), proprietario dell’auto, il quale lo trascinerà in una folle spirale di paura, torture di vario genere e deliranti dibattimenti ideologici.
Sembra una premessa perfetta per un thriller di poche pretese pensato principalmente per intrattenere, e in effetti per un po lo fa: Skarsgard, che a gennaio ci ha deliziato e terrorizzato con il suo Nosferatu per la regia di Robert Eggers, riesce a tirar fuori un’ottima performance colma di sfumature emotive. Sebbene limitata da una scrittura un po monotematica dato che per la maggior parte del tempo il suo personaggio si limita a lanciare invettive e ingiurie contro quello di Hopkins, con il quale instaura un’ottima chimica, paradossalmente, soprattutto nelle scene in cui quest’ultimo si limita ad essere una voce incorporea all’interno dell’auto. Dalle scene appare evidente quanto l’attore premio Oscar, la cui prestazione viene ulteriormente arricchita nella versione italiana da un ottimo doppiaggio di Carlo Valli in sostituzione del compianto Dario Penne, si sia divertito.
Ma ad accompagnare il contrasto tra l’intenso e focoso Skarsgard e il calmo e serafico Hopkins, vi è il vero pezzo forte del film, cioè la regia, la quale passa dell’essere anonima e limitata a qualche generica ripresa sulle strade colme di “degrado e bivacco” di cicaloniana memoria e su tavoli pieni di soldi (giusto a volerci suggerire con sottigliezza e discrezione che la disparità sociale ed economica e la criminalità saranno i temi centrali del film), al sorprenderci con guizzi di ispirazione e virtuosismi con la macchina da presa una volta che l’azione si sposta all’interno dell’auto: soggettive, piani sequenza, primissimi piani ed espedienti di montaggio che messi insieme nella maniera giusta ci faranno percepire quasi fisicamente l’angoscia e la prigionia che attanagliano il protagonista, ci sembrerà quasi di trovarci lì con lui, e mentre il senso di prigionia e oppressione andrà aumentando di pari passo con la curiosità di vedere come si risolveranno le vicende non potremo sapere come, molto probabilmente, ciò che il film terrà in serbo per noi potrebbe rivelarsi piuttosto deludente.
“Ma non mi faccia il demagogo”
Qualcuno di voi potrebbe ricordare questa battuta rivolta a Tomas Milian nel film “Delitto a Porta Romana”, e sebbene possa far sorridere l’idea di vedere il regista del film rispondere nella medesima maniera del mitico attore cubano, bisogna riconoscere come questa frase sia la più adatta per descrivere tutto quello che non va in questa pellicola: semplicemente, non trattandosi di un film ben pensato, scritto e strutturato, si sceglie sempre la via più facile per risolvere tutti i nodi della narrazione.
Basti pensare anche solo ai due protagonisti, che sebbene siano ben interpretati e caratterizzati dai rispettivi attori, non si possono certo definire ben scritti o credibili: se già risulta piuttosto grottesco vedere Eddie, che ricordiamo essere Bill Skarsgard truccato e tatuato per somigliare ad un ragazzaccio di periferia, citare Tolkien e Dostoevskij, la scrittura del personaggio di Hopkins risulta a dir poco delirante.
Il suo William è buono o cattivo?
Persegue un suo ideale di giustizia o è in cerca di una vendetta personale?
È motivato dalle tragedie del suo passato o dal degrado che vede intorno a sé?
Sta cercando davvero di cambiare le cose o è semplicemente scemo?
In una scena del film, il personaggio di William (che giusto un paio di scene prima asseriva di aver pianificato ogni singola mossa e ogni possibile scenario) afferma quasi scimmiottando il Joker di Heath Ledger di non avere alcun piano e di star fondamentalmente improvvisando ogni mossa. Terminata la visione, la frase in questione potrebbe benissimo essere interpretata come un’ammissione di colpa da parte dello sceneggiatore, dato che i problemi della scrittura del film non vanno a toccare solo i personaggi, ma anche i dialoghi.
In particolare gli infiniti dibattimenti su giustizia e vendetta tra i due protagonisti, nei quali i due si sparano letteralmente addosso un tale quantitativo di banalità sulla legge che non fa il proprio dovere e sui ricchi che arraffano tutto lasciando le briciole ai poveri, che a un certo punto sembra di star assistendo ad un litigio tra un repubblicano e un democratico nella sezione commenti di un post di Facebook,. La natura stessa del film, il quale vorrebbe porsi come un thriller realistico, ma propone soluzioni narrative al limite della fantascienza, come la macchina dotata di dispositivi elettrificati, vetri blindati e oscurati e guida radiocomandata, ma soprattutto il finale, in cui tutti gli elementi messi in gioco nella precedente ora e mezza vengono liquidati nel giro di cinque minuti nella maniera più frettolosa e spicciola possibile.
In sostanza “Locked – In Trappola” è fondamentalmente dimenticabile, il classico film da guardare la domenica pomeriggio quando fuori piove, penalizzato da una scrittura debole ma impreziosito da elementi, come delle perfomance divertenti e una regia a tratti ispirata, che se sfruttati meglio avrebbero potuto dare molto di più.




