Le assaggiatrici: Soldini tra rigore e distanza
Nonostante l’interesse iniziale suscitato dal tema, Le assaggiatrici di Silvio Soldini perde forza lungo il percorso, affaticata da una narrazione debole e priva di vero slancio.
Tratta dall’omonimo romanzo di Rosella Postorino, già premiato con il Campiello nel 2018, ambientato nell’autunno del 1943 e racconta la storia di Rosa, una ragazza in fuga da Berlino, dopo che la città è stata colpita dai bombardamenti degli Alleati.

Le cavie del Führer
Nel suo primo vero dramma storico, Le assaggiatrici, Soldini porta sullo schermo una vicenda poco conosciuta ma di grande potenza emotiva.
Ambientato nei primi anni Quaranta nella campagna prussiana (oggi territorio polacco), il film racconta la quotidianità sospesa di Rosa, giovane berlinese rifugiatasi presso i suoceri mentre il marito combatte al fronte. Prelevata dai nazisti, si ritrova insieme ad altre sei donne in una sorta di limbo: costrette a mettere a rischio la propria vita ogni giorno, sviluppano dinamiche complesse di rivalità, complicità e fragile solidarietà femminile.
Rosa, soprannominata “la berlinese“, fatica inizialmente a integrarsi, ma nel tempo conquista la fiducia delle altre. Tuttavia, un evento che sfugge al suo controllo la metterà di fronte a un profondo senso di colpa.

Un’estetica dell’attesa, ma senza vertigine
Pur segnando un apparente cambio di registro nella filmografia del regista, Le assaggiatrici mantiene molte delle sue cifre stilistiche: l’attenzione ai luoghi come spazi sospesi, la dilatazione del tempo narrativo, la centralità delle emozioni non dette. Il villaggio di Gross Partsch, come Venezia in Pane e tulipani, diventa quasi una geografia dell’anima.
Dal punto di vista visivo, la fotografia rievoca con rigore i colori dell’epoca, trasformando anche le scene più ordinarie (come i pasti attorno al tavolo) in quadri simbolici, quasi una Ultima Cena reiterata quotidianamente. Tuttavia, proprio questo rigore formale sembra creare una certa distanza emotiva: il film, pur rispettando profondamente la materia storica e letteraria da cui è tratto, fatica a entrare nelle pieghe più intime del dramma.

Il cuore elusivo della storia
Soldini, sebbene molto attento alla direzione delle attrici, sembra non riuscire a “possedere” del tutto la storia. Probabilmente a causa della scrittura collettiva della sceneggiatura (sei gli autori coinvolti, tra cui Cristina Comencini), la narrazione si muove su un crinale ambiguo: da un lato cerca l’intimità emotiva, dall’altro resta ancorata a una forma letteraria elegante ma a tratti fredda. Il risultato è un’opera affascinante, ma che resta sospesa tra melodramma trattenuto e tensione storica non completamente esplorata.
Manca forse quell’impeto libertario e vitale che aveva animato le protagoniste femminili nei film precedenti del regista. In conclusione, l’opera manca di quella forza emotiva capace di scuotere il pubblico e non si distingue nemmeno per una ricerca visiva particolarmente innovativa o suggestiva.





