Kilowatt Festival, vitalità e rinascita

Kilowatt Festival, vitalità e rinascita

C’è lo sguardo fermo e sicuro del Cristo della Resurrezione di Piero della Francesca sulla XVIII edizione di Kilowatt Festival da lunedì 20 a domenica 26 luglio 2020, a Sansepolcro, Arezzo.

E non intendo qua riferirmi al contenuto religioso di questa magnifica tela conservata nel museo civico di Sansepolcro, ma a quello di rinascita civile e politica. Dipinto intorno al 1450 rappresenta un Cristo risorto. È un giovane uomo, forte, statuario, spirituale e carnale al contempo, quasi un atleta greco, risorto in un mondo semi-addormentato, come lo sono i soldati che avrebbero dovuto vegliarlo. La sua postura è dritta, sicura; un piede poggia saldamente sul sepolcro aperto, mentre il suo sguardo, “che ha visto cose che voi umani”, va oltre, anche quello del visitatore. Nonostante i segni della crocifissione, tutto in lui parla di vitalità e rinascita, come fosse uno spartiacque tra il buio della crocifissione e la luce del risveglio.

La Resurrezione di Piero della Francesca come simbolo anche di rinascita politica e civile

foto: museo civico di Sansepolcro

Si racconta anche che quando nel 1944 gli inglesi arrivarono a Sansepolcro per bombardarla pensando erroneamente che vi si fossero nascosti dei tedeschi, il giovane capitano inglese appassionato d’arte, Anthony Clarke, che aveva ricevuto l’ordine di farlo, disobbedi, rischiando la corte marziale. Si era infatti ricordato che un suo compatriota Aldous Huxley, aveva definito la Resurrezione di Piero della Francesca, la più bella pittura del mondo. Sansepolcro fù quindi salvato dalla bellezza ed il quadro è diventato cosi, anche simbolo di rinascita politica e civile.

Ecco, Kilowatt Festival, dopo il buio della notte del covit, è sicuramente un piccolo miracolo, un segno di rinascita, anche politica perchè possibile grazie alla tenacia degli organizzatori, Luca Ricci e Lucia Franchi, delle amministrazioni locali e della città tutta, che ha ospitato, con calore, i visitatori.

 

Kilowatt Festival, 38 spettacoli su palchi all’aperto e nei chiostri della città

Sui palchi all’aperto e nei chiostri della città, sono stati presentati 38 spettacoli nel totale rispetto della normativa anticovit.

In una bellissima maratona teatrale, impensabile sino a qualche settimana fa e per questo ancora più apprezzata, vi parliamo qui, in ordine cronologico, di alcuni di quelli che abbiamo visto.

Padre d’amore e padre di fango, scritto, diretto ed interpretato da Cinzia Pietribiasi, è una sorta di collage per ricomporre la propria vita segnata da un padre e dall’eroina, sullo sfondo di una cittadina operaia del nord Italia degli anni ’80. Di questo lavoro,scevro da stucchevoli e facili sentimentalismi, colpisce l’onestà intellettuale e la capacità di rendere fruttifere, sofferenze e cicatrici della protagonista.

Un onesto e parziale discorso sopra i massimi sistemi, prima creazione del giovane attore e performer Pietro Angelini, è una riflessione divertente, scanzonata e provocatoria, sull’arte e il suo legame sempre più forte con l’economia. Quasi che l’arte “nulla crei, nulla distrugga ma si trasformi in… economia”. Induce al sorriso, l’esuberanza autentica dell’ego giovanile del protagonista.

Il Collettivo Superstite, nato dalla prima edizione di Animateria, ha portato Polvere, la loro prima produzione di Teatro di Figura, ancora poco conosciuto in Italia. Il gioco di immagini senza parole, le geometrie dei loro corpi che cambiano nel chiaro-scuro delle luci, i loro gesti lenti o repentini, il cadere incessante della polvere sempre più persistente, creano la sospensione momentanea della nostra razionalità. E, pur senza una parola, ci raccontano della vita, della sofferenza, della vanità dell’esistenza. Colpisce, in questo lavoro di sottrazione, non solo di parole, l’ampio spazio interpretativo lasciato allo spettatore ed il fatto che questa polvere che cade dall’alto, diventi quasi il marionettista dei protagonisti umani.

Eve#2 di e con Filippo Ceredi è un lavoro che ci ha lasciati molto perplessi. L’attore è già sul palco scuro, illuminato da luci a neon, quando il pubblico si siede. Poi comincia a staccare del nastro isolante da terra, in un sottofondo cacofonico di rumori. Compie altre azioni ripetitive, alienanti, al punto che verrebbe da pensare ad un lavoro demotivante in un luogo indefinito. La sinossi dello spettacolo, cui ci siamo appellati nella speranza di trovare chiarimenti, ci ha confuso ulteriormente.

La compagnia Menoventi, ci porta in Russia, ad indagare sulla morte del poeta della rivoluzione, Majakovskij, con L’Incidente è chiuso. Lo fa per quadri, tra interrogatori incalzanti e letture di poesie del poeta, che tratteggiano la sua vita e i suoi amori. Il lavoro per noi resta leggermente frammentario.

Almeno nevicasse nasce dal laboratorio con le signore dell’Associazione del Merletto e alcune cittadine di Sansepolcro. Francesca Sarteanesi ricuce fili e parole di questo lavoro corale che le vede assumere il ruolo di attrici.

Sorry, but I feel slightly disidentified..di Benjamin Kahn inizia con una danza tribale di un corpo apparentemente asessuato e ci porta in un viaggio tra identità sessuali, erotismo e pregiudizi. Il corpo, coperto da strati di abiti, si va via via spogliando, mostrandosi poi quasi a nudo: una splendida, sinuosa ed atletica “vergine nera”, la danzatrice Cherish Menzo.

Tra teatro e danza si muove la compagnia Bernabéu- Covello che porta Un po’ di più. Attorno ad una grande tavola rettangolare ed apparecchiata, che si trasforma presto in una grande altalena, il duo tratteggia con i loro corpi, l’equilibrio instabile delle nostre vite, dei nostri sentimenti, dei nostri progetti.

Il coreografo Jérom Bel porta Isadora Duncan. Il lavoro è basato sulla biografia della danzatrice americana, precorritrice della cosiddetta “danza moderna” che tanto aveva criticato la mancanza di naturalezza della danza classica. La ballerina Elisabeth Schwartz, di 69 anni, ci presenta, a piedi nudi e con una tunica, passi di danza che si ispirano a libertà e espressività dei movimenti. Ci sono risultate un po’ fastidiose, le didascalie lette con voce asettica, dall’assistente Chiara Gallerani, volte ad introdurre lo spettatore al significato dei vari movimenti.

Angelo Campolo e la sua dirompente energia comunicativa, hanno chiuso Kilowatt Festival con un lavoro vibrante, risultante dai suoi laboratori teatrali con migranti intorno a Messina: Stay Hungry. Il titolo sembra essere un invito per tutti: per quelli che hanno fame di pane, come i giovani africani con cui lavora, perchè abbiano fame di altro, per esempio di teatro che diventa potente strumento di integrazione e catarsi. Ma anche per quelli che il pane lo hanno e si sentono sazi e stanchi, come Padre Michele, perchè continuino ad aver fame di giustizia, affinché il deserto sociale, che non ammette solidarietà, non avanzi.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook