Il petrolio venezuelano cambia padrone, ma non ancora la sostanza

Otto mesi dopo il raid che ha portato via da Caracas Nicolás Maduro, finito in manette davanti a un tribunale di New York con indosso una tuta Nike, gli Stati Uniti sono riusciti a trasformare l’intervento militare in Venezuela nel tanto agognato profitto economico sul piano petrolifero.
L’accordo firmato il 29 agosto tra Washington e la presidente ad interim Delcy Rodríguez, precedentemente Ministro del Petrolio, assegna agli Stati Uniti una partecipazione del 55% dei diciassette campi petroliferi attualmente operativi nel paese, per un totale stimato di circa 65 miliardi di barili, circa un quinto delle riserve provate venezuelane, le più grandi al mondo.
Trump lo ha definito senza mezzi termini “l’accordo del secolo”. Vale la pena capire perché questa definizione, per quanto enfatica, non sia del tutto fuori luogo, e perché al tempo stesso nasconda più incognite di quante ne risolva.
L’architettura dell’intesa merita attenzione prima ancora dei numeri. Non si tratta di una de-nazionalizzazione né di una concessione tradizionale, ma di una joint venture tra un operatore privato, ancora senza nome, radicato a Caracas e una partecipazione pubblica americana, con diritti di sviluppo estesi per cento anni.
Una costruzione che trasforma quello che sarebbe stato un rischio commerciale in un interesse pubblico degli Stati Uniti, dal momento che Washington ha ora ragione di proteggere la sicurezza dei campi estrattivi e la continuità dei flussi. È una forma di controllo meno appariscente di un’annessione delle infrastrutture, ma probabilmente più duratura.
Sul piano geopolitico l’operazione va letta come l’ultimo tassello di una strategia che a gennaio aveva già rovesciato gli equilibri della regione con la cattura di Maduro nell’ambito dell’operazione Absolute Resolve, la prima volta dai tempi di Noriega a Panama che Washington interviene con questa scala militare in America Latina.
Da allora l’amministrazione Trump ha proceduto per gradi, dal blocco navale nei Caraibi contro il presunto narcotraffico fino alla revoca progressiva delle sanzioni petrolifere, in cambio di un accesso privilegiato alle risorse del sottosuolo. La logica dichiarata è quella di raddoppiare le riserve americane e far scendere il prezzo dei carburanti, salito a livelli insostenibili per la popolazione americana dopo la guerra in Iran.
Dietro la solennità degli annunci su Truth, il dossier Venezuela porta anche la firma di un episodio finito in video e diventato virale. Il 9 gennaio 2026, durante un incontro alla Casa Bianca con i dirigenti di diciassette compagnie petrolifere, tra cui ExxonMobil, ConocoPhillips, Chevron, Shell e le europee Repsol ed Eni, Marco Rubio ha fatto scivolare a Trump un biglietto scritto a mano.
Il presidente, invece di leggerlo in silenzio, lo ha letto ad alta voce davanti a tutta la sala e a favor di telecamere: “Marco mi ha appena dato un biglietto, rivolgiti alla Chevron, vogliono discutere di una cosa”. Rubio, visibilmente spiazzato, ha reagito con un sorriso imbarazzato, prima che il segretario all’Energia Chris Wright riprendesse le fila dell’incontro passando la parola al vicepresidente della compagnia, Mark Nelson.
Un fuori programma minimo, quasi comico, ma che restituisce con efficacia lo stile con cui la nuova amministrazione ha gestito l’intero dossier venezuelano, meno diplomazia strutturata e più regia diretta dalla Sala Ovale, con il Segretario di Stato nel ruolo di suggeritore operativo davanti a platee di dirigenti trattati come partner da coordinare in tempo reale.
Quell’incontro, nato tra imbarazzi e battute, ha comunque gettato le basi concrete di quanto avvenuto mesi dopo, trasformando la caduta di Maduro in un vero e proprio riassetto della mappa energetica del continente.
Tuttavia, diversi analisti del settore sono assai scettici riguardo le infrastrutture petrolifere venezuelane, giudicate in condizioni pessime dopo decenni di mancati investimenti e manutenzione da parte del regime chavista, e servirebbero anni prima che le riserve del paese possano davvero incidere sui listini degli idrocarburi.
In questo contesto si è inserita con tempismo felino l’italiana Eni. Il 2 settembre, alla presenza della stessa Delcy Rodríguez e nell’ambito della visita in Venezuela del segretario all’Energia americano Chris Wright, il gruppo guidato da Claudio Descalzi ha firmato un contratto che rende il colosso italiano l’operatore esclusivo per venticinque anni del giacimento Junín-5, nella Fascia dell’Orinoco, un campo di petrolio pesante da 35 miliardi di barili certificati, attualmente sfruttato per appena dodicimila barili al giorno.
È un salto di qualità rispetto all’operatore precedente, la empresa mixta Petrojunín, dove Eni deteneva solo il 40% a fronte del 60% della compagnia petrolifera di stato Pdvsa. Il nuovo regime contrattuale, introdotto dalla legge sugli idrocarburi approvata a Caracas a gennaio, a margine della cattura di Maduro, restituisce ad Eni piena responsabilità tecnica, finanziaria e commerciale del progetto.
Per il gruppo italiano, presente nel paese da quasi trent’anni attraverso il giacimento di gas Perla, che copre circa un terzo del consumo interno venezuelano, si tratta della conferma di un posizionamento che nessun altro concorrente europeo può vantare nella regione, reso possibile proprio dalla regia americana sulla transizione politica di Caracas. Una circostanza che dice molto su come, nell’energia più che altrove, gli interessi di Roma e quelli di Washington possano convergere senza sovrapporsi.
Resta però una domanda di fondo, quella della sovranità. Rodríguez insiste che il Venezuela mantiene proprietà e controllo delle proprie risorse, ma la mancanza di trasparenza sui termini esatti dell’intesa con gli Stati Uniti ha alimentato dubbi anche tra i settori più vicini al governo. È lo stesso paradosso che la storia latinoamericana conosce da un secolo, quello di un paese ricchissimo di risorse che fatica a trasformarle in autonomia politica reale. Il petrolio venezuelano, ancora una volta, sembra destinato a essere più un terreno di competizione tra potenze esterne che una leva di sviluppo autonomo per chi lo possiede sulla carta.
L’accordo con Washington, inoltre, sta spingendo Caracas verso una scelta che fino a pochi mesi fa sarebbe apparsa impensabile, ovvero l’uscita dall’OPEC. Sebbene rinunciare all’organizzazione significherebbe per il Venezuela liberarsi dai vincoli di produzione concordati collettivamente proprio nel momento in cui punta a massimizzare l’estrazione con capitali americani, tuttavia comporterebbe anche la perdita di quel poco potere negoziale che il paese conserva ancora sui prezzi globali.
Per l’OPEC, dal canto suo, l’eventuale addio di uno dei propri membri storici, per quanto ai margini dell’organizzazione da anni per via del crollo produttivo, certificherebbe un ulteriore indebolimento della capacità di parlare con una voce sola in una fase in cui l’offerta mondiale è già tesa e frammentata tra interessi divergenti.
C’è poi un dettaglio che ridimensiona parte della retorica trionfalistica di Trump, secondo cui il petrolio venezuelano servirà a rimpinguare le riserve strategiche americane, oggi ai minimi da oltre quarant’anni. Il greggio della Fascia dell’Orinoco è infatti un petrolio pesante e ad alto contenuto di zolfo, mentre le caverne saline della Strategic Petroleum Reserve statunitense sono tarate storicamente su greggio leggero, l’unico che possono stoccare senza rischiare danni strutturali agli impianti. Riempirle con il greggio venezuelano non è quindi un’operazione immediata né a costo zero, e rivela come tra l’annuncio politico e la sua reale applicazione industriale resti una distanza che difficilmente si colmerà nel breve periodo.
Resta infine da chiarire chi gestirà concretamente il nuovo assetto societario nato dall’intesa. Tra le realtà coinvolte nelle trattative figura la NABEP, controllata da Alejandro Betancourt, un imprenditore finito sotto inchiesta in Spagna e Svizzera per presunto riciclaggio di denaro e già accostato in passato a schemi di corruzione legati a PDVSA.
Un funzionario americano rimasto anonimo lo ha definito senza troppi giri di parole “un operatore collaudato”, ammettendo che la geopolitica, in questi frangenti, significa spesso convivere con figure tutt’altro che ineccepibili. Un elemento che si somma ai dubbi già sollevati da Caracas sulla reale sovranità garantita dall’accordo, e che rende la trasparenza dell’intera operazione un nodo tutt’altro che risolto.



