Il criminale che la Serbia non ha mai smesso di chiamare eroe

Lo scorso 27 agosto è venuto a mancare il generale serbo Ratko Mladic, deceduto nel carcere dell’Aia dopo quindici anni di prigionia da condannato all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
A Belgrado, oggi, migliaia di persone hanno partecipato ai funerali, sintomo delle ferite mai rimarginate dei Balcani, ma soprattutto di una Serbia ancora incapace di elaborare una propria memoria storica di condanna della guerra e delle atrocità commesse.
Nel 2017, dopo aver ascoltato oltre 500 testimoni e raccolto migliaia di elementi di prova, il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia lo aveva riconosciuto colpevole di diversi crimini, tra cui il genocidio di Srebrenica, la persecuzione e l’espulsione di popolazioni non serbe in diverse zone della Bosnia, gli attacchi contro i civili durante l’assedio di Sarajevo e la presa in ostaggio di personale delle Nazioni Unite.
Nella cittadina bosniaca di Srebrenica, in particolare, etnicamente a maggioranza musulmana, nel luglio 1995, le forze di Mladic uccisero circa 8.000 bosgnacchi, con immenso scherno per le forze di interposizione olandesi, schierate sotto l’egida dell’ONU per proteggere la popolazione locale, le quali, minacciate dall’esercito serbo, non opposero resistenza.
Eppure a Belgrado il suo funerale ha ricevuto gli stessi onori di quello di un eroe nazionale, con tanto di partecipazione di alcune alte cariche dello Stato, tra cui i tre ministri di Cultura, Trasporti e Giustizia, nonostante la Serbia chieda di entrare nell’UE e continui ufficialmente a sostenere il proprio percorso di adesione.
Bruxelles, dal canto suo, non ha tardato a reagire duramente, affermando che la glorificazione dei criminali di guerra, la negazione del genocidio e il revisionismo sono incompatibili con i valori europei. La commissaria europea all’Allargamento Marta Kos ha inoltre cancellato una visita programmata in Serbia dopo la morte di Mladić e le modalità con cui è stata gestita la commemorazione.
Washington, invece, ha inviato a Belgrado un messaggio ancora prima del funerale. Alcuni senatori statunitensi hanno chiesto alla Serbia e alla Republika Srpska di evitare qualsiasi atto ufficiale che potesse essere interpretato come un omaggio a Mladić.
Il presidente serbo Aleksandar Vučić ha cercato di mantenere una posizione neutrale, non partecipando al funerale e smentendo l’accusa secondo cui lo Stato avrebbe organizzato una celebrazione ufficiale. Tuttavia, suo figlio Danilo era presente nella chiesa di San Luka dove è stata celebrata la funzione.
Il corpo di Mladić, inoltre, è stato riportato dall’Aia in Serbia a bordo di un aereo governativo e consegnato da soldati serbi, avvolto nella bandiera nazionale. Nei giorni precedenti alla sepoltura, la sua commemorazione aveva già coinvolto ministri e importanti esponenti politici serbi e della Republika Srpska.
Per molti serbi nazionalisti, infatti, la guerra degli anni Novanta rimane una storia di assedio della Serbia, di aggressione occidentale e di difesa della popolazione serba in Bosnia. Srebrenica viene spesso reinterpretata o minimizzata, mentre Mladić viene trasformato da comandante responsabile di crimini internazionali in simbolo della resistenza serba.
Trentuno anni dopo Srebrenica, così, i conflitti derivanti dalla dissoluzione della Jugoslavia, come anche quello in Kosovo, sono terminati militarmente ma non ancora politicamente.
La Bosnia-Erzegovina, ad esempio, resta divisa tra le sue tre principali comunità nazionali e la Republika Srpska, entità a maggioranza serba, continua a rivendicare un’identità politica distinta all’interno dello Stato bosniaco, quando non una manifesta volontà di secessione e riunificazione con la Serbia stessa.
Inoltre, la presenza dell’ambasciatore russo alla cerimonia funebre ricorda che la Serbia continua a mantenere un rapporto particolarmente stretto con Mosca, nonostante il suo obiettivo ufficiale di entrare nell’Unione europea. La Russia ha storicamente sostenuto la Serbia sulla questione del Kosovo e ha coltivato rapporti politici e culturali con il mondo serbo, da sempre considerato il proprio gemello balcanico.
La Serbia, del resto, coltiva la stessa retorica russa di paese storicamente accerchiato e oppresso dall’Occidente, erede di un impero multietnico e socialista ormai collassato, il cui nucleo resta tagliato fuori da un Occidente vincitore e culturalmente antitetico, il quale non fa che spingere Belgrado, proprio come Mosca, nell’isolazionismo nazionalista e militarista, corroborato da un conservatorismo religioso ortodosso.
La società serba, però, è molto più complessa e variegata di quanto possa suggerire la folla raccolta davanti alla chiesa di San Luca. Anche in Serbia esistono organizzazioni, politici e cittadini che considerano Mladić un criminale e che chiedono di riconoscere le responsabilità serbe nelle guerre degli anni Novanta.
Un recente indagine di Faktor Plus, infatti, attribuisce all’SNS del presidente Vučić il 47,2% delle intenzioni di voto contro il 31,5% della lista sostenuta dal movimento studentesco, ma circa un elettore su tre risulta ancora indeciso.
Il funerale di Mladić arriva dunque in un momento in cui il presidente deve tenere insieme due pubblici diversi, quello che vuole una Serbia sempre più vicina all’Europa e quello che continua a considerare la memoria delle guerre jugoslave una questione identitaria. Vučić non ha bisogno di essere un nostalgico di Mladić; gli basta sapere che non può permettersi di perdere chi lo è.
In ogni caso, nonostante un Paese candidato all’ingresso nell’UE non debba necessariamente condividere ogni interpretazione storica degli altri Stati membri, dovrebbe quantomeno riconoscere i crimini stabiliti dalla giustizia internazionale, senza trasformare i responsabili in eroi nazionali.




