Afghanistan, riaffiora un ordigno sovietico: mezza tonnellata di esplosivo sotto un giardino di Ghazni
Il ritrovamento
Bastava scavare in giardino, a Ghazni, per imbattersi in un pezzo di guerra sepolto da quasi quarant’anni. Mercoledì 12 agosto un agricultore del villaggio di Sir, nella provincia orientale afghana, ha notato un oggetto sospetto nel terreno di casa e ha allertato le forze di sicurezza locali. Il sopralluogo ha confermato i timori: si trattava di una bomba da 500 chilogrammi risalente all’epoca dell’invasione sovietica, rimasta lì inesplosa per decenni.
Sul posto sono intervenuti insieme le forze di sicurezza afghane, l’agenzia governativa per la prevenzione delle catastrofi e una squadra di artificieri del Danish Refugee Council, ONG attiva nello sminamento umanitario. L’ordigno è stato spostato in una zona montuosa isolata e fatto brillare senza conseguenze per la popolazione.
Un Paese ancora minato dalla guerra fredda
Il caso di Sir non è un episodio isolato, ma la punta emersa di un problema strutturale che l’Afghanistan porta con sé dal ritiro sovietico del 1989. Le stime dell’agenzia ONU dedicata allo sminamento parlano di oltre 45.000 persone uccise o ferite da mine e residuati bellici esplosivi negli ultimi trentacinque anni, un bilancio che colloca il Paese, secondo l’UNAMA, al terzo posto al mondo per numero di vittime da ordigni inesplosi.
I numeri più recenti restituiscono la dimensione del problema ancora attivo sul terreno: al gennaio 2026 restavano identificati 4.843 siti pericolosi, per un’estensione complessiva di circa 1.070 chilometri quadrati, più dell’area di due grandi città messe insieme. A pagarne il prezzo più alto sono i più piccoli: nel solo 2025, circa il 70% delle vittime di residuati bellici era composto da minori, spesso colpiti mentre giocavano senza riconoscere il pericolo.
Meno fondi, meno sminatori
Se il rischio resta costante, le risorse per contrastarlo si sono invece assottigliate. Secondo i dati raccolti dal programma nazionale di sminamento (MAPA), il personale impiegato è crollato del 92,3% rispetto al 2011, quando gli addetti erano quasi 15.000: oggi ne restano poco più di 1.100. Un taglio che il direttore dell’UNMAS in Afghanistan, Nick Pond, ha attribuito direttamente alla scarsità di finanziamenti internazionali: le squadre di sminatori si sono ridotte del 64% negli ultimi due anni proprio per mancanza di risorse.
Un’emergenza silenziosa
È un paradosso che le organizzazioni umanitarie denunciano da tempo; mentre i conflitti che hanno generato questi ordigni sono finiti da anni -quello sovietico da oltre tre decenni- la loro eredità continua a colpire chi non ha avuto alcun ruolo nelle guerre che li hanno prodotti. Le Nazioni Unite e il Comitato Internazionale della Croce Rossa continuano a chiedere finanziamenti stabili per le ONG di sminamento e per i programmi di sensibilizzazione nelle comunità più esposte, mentre l’estensione del territorio ancora contaminato e la contrazione delle squadre chiamate a bonificarlo lasciano intendere che casi come quello di Sir sono destinati a ripetersi ancora a lungo.




