Cina e ONU
Nel pieno della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, si tende spesso a immaginare Pechino come la principale forza revisionista dell’ordine internazionale contemporaneo. Eppure, osservando il linguaggio utilizzato dalla diplomazia cinese nelle sedi multilaterali, emerge una realtà diversa: mentre il sistema internazionale attraversa una fase di crescente frammentazione e le istituzioni multilaterali vengono messe sotto pressione da guerre, rivalità geopolitiche e tensioni commerciali, la Cina presenta le Nazioni Unite come il fondamento indispensabile della governance globale.
Da anni i rappresentanti cinesi insistono sulla centralità della Carta delle Nazioni Unite, sul rispetto del diritto internazionale e sulla necessità di rafforzare il ruolo delle organizzazioni multilaterali. Più che difendere l’ordine internazionale liberale emerso nel secondo dopoguerra, Pechino considera l’ONU una sede privilegiata attraverso cui promuovere e legittimare una diversa concezione delle relazioni internazionali.
La presidenza cinese del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel maggio 2026 ha offerto un esempio particolarmente significativo di questa impostazione. Il tema scelto da Pechino per il principale dibattito del mese non ha riguardato la riforma dell’architettura internazionale né la costruzione di nuove istituzioni, bensì il rafforzamento del sistema internazionale fondato sulla Carta delle Nazioni Unite. Nelle parole dell’ambasciatore cinese alle Nazioni Unite, Fu Cong, l’obiettivo era quello di riaffermare l’autorità della Carta e il ruolo centrale dell’ONU in un momento caratterizzato dall’aumento dei conflitti e delle tensioni geopolitiche.
Il vocabolario diplomatico della Cina
L’impressione che emerge ascoltando gli interventi dei rappresentanti cinesi è coerente con la narrativa internazionale promossa da Xi Jinping negli ultimi anni. Il lessico diplomatico di Pechino ruota attorno a pochi concetti chiave dove il ruolo delle Nazioni Unite occupa una posizione centrale, non come semplice luogo di confronto tra Stati, ma come fondamento stesso della legittimità dell’ordine internazionale.
Multilateralismo, sviluppo, sicurezza condivisa, cooperazione reciprocamente vantaggiosa, comunità dal futuro condiviso per l’umanità. È attorno a queste espressioni che la leadership cinese costruisce la propria rappresentazione dell’ordine internazionale.
Qui lo sviluppo occupa una posizione centrale. Nei documenti ufficiali cinesi lo sviluppo non è soltanto un obiettivo economico. Viene presentato come la precondizione della stabilità politica, della sicurezza e della pace. È una visione che emerge chiaramente anche nelle grandi iniziative lanciate da Pechino negli ultimi anni, dall’Iniziativa per lo Sviluppo Globale all’Iniziativa per la Sicurezza Globale, fino alla Nuova Via della Seta.
In questa prospettiva, la narrativa cinese enfatizza come le principali sfide internazionali non derivano esclusivamente da questioni di sicurezza o da conflitti geopolitici, ma soprattutto dagli squilibri economici e dal divario di sviluppo tra diverse regioni del mondo. Non sorprende quindi che la diplomazia cinese colleghi sistematicamente temi come pace, sicurezza e crescita economica, presentandoli come dimensioni inseparabili.
Nei discorsi ufficiali di Pechino trovano infatti maggiore spazio concetti come sovranità, non interferenza negli affari interni e uguaglianza tra gli Stati. Le Nazioni Unite vengono così descritte come il luogo privilegiato in cui questi principi possono essere tutelati e promossi.
Contro il ritorno della politica di potenza
Uno degli aspetti più interessanti della narrativa cinese riguarda la lettura delle difficoltà attraversate dall’ordine internazionale.
Secondo Pechino, il problema non risiede nelle Nazioni Unite né nei principi contenuti nella Carta del 1945. Al contrario, le crisi contemporanee deriverebbero dal progressivo indebolimento di quei principi e dalla crescente tendenza di alcuni Stati a privilegiare strumenti unilaterali rispetto ai meccanismi multilaterali.
Per questo motivo nei discorsi dei rappresentanti cinesi ricorre frequentemente il riferimento al rischio di una “legge della giungla” nelle relazioni internazionali. Dietro questa espressione si cela una contrapposizione piuttosto netta tra due modelli di ordine mondiale. Da una parte un sistema regolato da norme condivise e istituzioni multilaterali. Dall’altra una competizione tra potenze fondata prevalentemente sui rapporti di forza.
In questa cornice si inseriscono anche le critiche alle sanzioni unilaterali, alle misure coercitive e a quelle che la diplomazia cinese definisce pratiche di intimidazione. Il punto centrale della narrativa di Pechino è che le difficoltà del sistema internazionale non derivino da un eccesso di multilateralismo, ma dalla sua applicazione selettiva.
Da questo punto di vista è interessante osservare come la Cina abbia progressivamente fatto proprio un linguaggio che per decenni era stato associato soprattutto alle democrazie occidentali. Il richiamo alla legalità internazionale, alle regole condivise e al ruolo delle istituzioni multilaterali è diventato uno degli strumenti principali attraverso cui Pechino presenta la propria posizione sulla scena globale.
L’abbraccio al Sud Globale
Un’altra dimensione centrale della narrativa cinese riguarda il rapporto con il cosiddetto Sud Globale.
Durante la presidenza del Consiglio di Sicurezza, tra le priorità indicate da Fu Cong figuravano la stabilità e lo sviluppo dei Paesi africani. La Cina ha ribadito la necessità di sostenere soluzioni africane ai problemi africani e di rafforzare le capacità di sviluppo autonomo del continente.
Non si tratta di una posizione isolata. Negli ultimi anni Pechino ha progressivamente rafforzato la propria presenza diplomatica, economica e politica in Africa, America Latina, Medio Oriente e Asia meridionale. Forum come il Forum sulla Cooperazione Cina-Africa rappresentano una delle principali piattaforme attraverso cui la leadership cinese costruisce e consolida queste relazioni.
Più in generale, la richiesta di una maggiore rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nelle istituzioni internazionali è diventata uno dei temi più ricorrenti della diplomazia cinese. Nei documenti ufficiali la riforma della governance globale viene spesso associata alla necessità di rendere il sistema internazionale più inclusivo e più aderente agli equilibri economici e demografici del XXI secolo.
Pechino tende a presentare questo rapporto con il Sud Globale nei termini di partenariato, sviluppo condiviso e cooperazione reciproca, evitando generalmente una contrapposizione ideologica esplicita con l’Occidente.
Tra riforma e continuità
La posizione cinese all’interno delle Nazioni Unite presenta una caratteristica che merita particolare attenzione.
Questa apparente contraddizione riflette la particolare posizione occupata dalla Cina nel sistema internazionale. Da una parte continua a presentarsi come interlocutore privilegiato del Sud Globale e sostenitrice di una maggiore rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo. Dall’altra è ormai una delle principali potenze mondiali e uno dei pilastri dell’attuale architettura istituzionale internazionale.
Più che sostituire il sistema costruito attorno alle Nazioni Unite, la Cina sembra impegnata a ridefinire progressivamente il significato di concetti come sviluppo, sicurezza, sovranità e cooperazione internazionale. In questo senso, la sua presenza nelle organizzazioni multilaterali appare meno orientata alla rottura dell’ordine esistente che alla sua reinterpretazione.
Conclusione
Osservare la Cina attraverso il prisma delle Nazioni Unite permette di cogliere una dimensione spesso trascurata della sua politica estera.
Lungi dal presentarsi come un attore ostile al multilateralismo, Pechino ricorre sempre più frequentemente al linguaggio della cooperazione internazionale, della legalità e della centralità delle istituzioni multilaterali. Ciò non significa che la visione cinese coincida con quella sviluppata dalle democrazie occidentali nel secondo dopoguerra. Al contrario, molte delle categorie utilizzate dalla diplomazia cinese, dalla sovranità allo sviluppo, dalla sicurezza alla governance globale, riflettono priorità e sensibilità differenti.
La crescente centralità delle Nazioni Unite nella narrativa di Pechino suggerisce però un dato più ampio. La competizione internazionale del XXI secolo non si gioca soltanto sul terreno economico, tecnologico o militare. Si gioca anche sul piano della legittimità e della capacità di definire il significato stesso dell’ordine internazionale. È in questo spazio che la Cina sta cercando di ritagliarsi un ruolo sempre più visibile, utilizzando le Nazioni Unite non soltanto come foro diplomatico, ma come principale cornice attraverso cui raccontare la propria ascesa globale.




