Usa-Iran, Trump rallenta sull’accordo: Hormuz resta il nodo centrale
Le dichiarazioni di Donald Trump sui negoziati con l’Iran segnano un cambio di tono rispetto alle settimane precedenti, ma non necessariamente una svolta definitiva. “I negoziati stanno procedendo in modo ordinato e costruttivo”, scrive il presidente americano su Truth, aggiungendo di aver chiesto ai propri incaricati di “non affrettare la conclusione di un accordo” perché “il tempo gioca a nostro favore”.
Il punto centrale è proprio questo: Washington vuole mostrare fiducia senza dare l’impressione di avere fretta. Una posizione che riflette il momento particolare del confronto tra Stati Uniti e Iran, arrivato dopo mesi di escalation militare, pressioni economiche e tensioni nello stretto di Hormuz.
Secondo le informazioni circolate nelle ultime ore, il nuovo round di colloqui tra le delegazioni americane e iraniane potrebbe tenersi il 5 giugno. Sul tavolo ci sarebbe una bozza preliminare denominata “Dichiarazione di Islamabad”, con il Pakistan nel ruolo di mediatore politico e logistico.
Il fatto che il memorandum possa essere annunciato direttamente da Islamabad, senza una firma immediata delle parti coinvolte, indica quanto il negoziato resti ancora fragile. Non si parla infatti di un accordo definitivo, ma di un’intesa preliminare destinata a fissare alcuni principi generali: tregua temporanea, progressiva riapertura dello stretto di Hormuz e riattivazione di alcuni canali commerciali.
Dal punto di vista strategico, il nodo di Hormuz resta il vero centro della trattativa. Attraverso quel tratto di mare passa circa il 20% del petrolio mondiale trasportato via nave. Le tensioni delle ultime settimane hanno già avuto effetti significativi sui mercati energetici, con oscillazioni del prezzo del greggio e timori per la sicurezza della navigazione commerciale.
Le stime elaborate da Intesa Sanpaolo indicano che, anche in caso di riapertura completa dello stretto, servirà almeno un mese per tornare alla normalità nei flussi petroliferi e fino a sei mesi per alcuni prodotti raffinati e chimici.
Questo dato aiuta a capire perché la pressione internazionale per arrivare a una stabilizzazione sia aumentata rapidamente, coinvolgendo non soltanto gli attori regionali ma anche partner europei e asiatici fortemente dipendenti dalle rotte energetiche del Golfo.
Nelle ultime ore anche diversi governi arabi avrebbero chiesto agli Stati Uniti di accelerare verso un’intesa capace di ridurre il rischio di un conflitto prolungato. Secondo Axios, Trump avrebbe discusso direttamente della situazione con leader del Golfo e con il premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Proprio il ruolo di Israele resta uno degli elementi più delicati del negoziato. Da mesi il governo israeliano considera insufficiente qualsiasi accordo che non preveda limitazioni rigide e verificabili sul programma nucleare iraniano e sulle capacità missilistiche di Teheran. Per questo motivo, le aperture americane vengono osservate con cautela da Tel Aviv.
Dall’altra parte, anche l’Iran mantiene una posizione prudente. I media iraniani hanno infatti frenato sull’ottimismo mostrato da Trump, sostenendo che diversi punti dell’intesa restano ancora irrisolti.
Tra questi ci sono soprattutto le modalità di alleggerimento delle sanzioni economiche e il tema dell’arricchimento dell’uranio, che continua a rappresentare il principale terreno di scontro tecnico e politico.
Secondo indiscrezioni riportate dal New York Times e rilanciate dalle agenzie internazionali, Teheran sarebbe disposta a rinunciare ad alcune scorte di uranio arricchito nell’ambito di un’intesa più ampia con Washington.
Tuttavia, il livello di controllo internazionale e il ruolo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica restano ancora oggetto di negoziazione.
Il linguaggio utilizzato da Trump riflette anche una precisa strategia comunicativa. Negli ultimi mesi il presidente americano aveva alternato minacce dirette — inclusa l’ipotesi di “spazzare via completamente” le infrastrutture iraniane — ad aperture improvvise sul dialogo.
Ora la linea sembra orientata a mostrare fermezza negoziale senza alimentare ulteriormente il rischio di escalation militare.
La frase “il tempo gioca a nostro favore” va letta soprattutto in chiave economica e strategica. Gli Stati Uniti ritengono che le sanzioni, la pressione militare e il controllo delle rotte energetiche stiano progressivamente riducendo il margine negoziale iraniano. Al contrario, Teheran punta sul fatto che la prolungata instabilità energetica possa aumentare il costo politico internazionale del confronto per Washington e per i suoi alleati.
In questo equilibrio precario, il Pakistan assume un ruolo sempre più importante come piattaforma di mediazione. Islamabad mantiene relazioni operative sia con Teheran sia con Washington e viene percepita come uno dei pochi attori regionali in grado di facilitare un dialogo senza esporsi direttamente nello scontro geopolitico.
Anche l’Europa osserva con attenzione gli sviluppi. L’eventuale riapertura stabile di Hormuz avrebbe effetti immediati sulla sicurezza energetica e sulle catene commerciali globali. Non a caso, il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha parlato della possibilità di future missioni internazionali per garantire la sicurezza marittima nell’area.
Al momento, però, il negoziato resta in una fase interlocutoria. Le dichiarazioni americane mostrano un clima meno conflittuale rispetto alle settimane precedenti, ma la distanza tra le parti rimane significativa sui punti più sensibili.
La scelta di Trump di rallentare formalmente la chiusura dell’accordo serve probabilmente anche a evitare un’intesa percepita come troppo concessiva in piena campagna politica interna. Negli Stati Uniti, infatti, il dossier iraniano continua a rappresentare uno dei temi più divisivi sia sul piano strategico sia su quello elettorale.
Per ora, il risultato più concreto sembra essere un altro: dopo mesi in cui il confronto sembrava avvicinarsi a uno scontro diretto permanente, Washington e Teheran tornano almeno a discutere dentro uno schema negoziale. In Medio Oriente, negli ultimi anni, non è mai stato un dettaglio.




