Indonesia – la nuova stagione del protezionismo
L’Indonesia ha deciso di rafforzare il controllo statale sulle proprie materie prime strategiche, inaugurando una nuova fase di protezionismo economico che potrebbe avere conseguenze importanti sui mercati globali.
Il presidente Prabowo Subianto ha annunciato un piano per centralizzare l’export di commodities come nickel, carbone, olio di palma e ferroleghe attraverso una società, Danantara, controllata dallo Stato
La misura verrà applicata in scia ad una strategia iniziata già negli anni scorsi con il blocco delle esportazioni di nickel grezzo e bauxite.
In questo modo Jakarta punta a impedire che le risorse naturali vengano esportate senza trasformazione industriale, costringendo le aziende straniere a investire direttamente nel Paese per lavorare i minerali localmente.
L’embargo del Nickel
L’obiettivo dichiarato dal governo, infatti, è aumentare il valore aggiunto dell’economia indonesiana, creare occupazione e rafforzare la sovranità economica nazionale.
Prabowo ha sostenuto che il Paese avrebbe perso circa 900 miliardi di dollari in 34 anni a causa della delle esportazioni incontrollate e dei meccanismi di transfer pricing utilizzati dalle multinazionali.
Il caso più emblematico riguarda proprio il nickel, di cui l’Indonesia detiene il 60% della produzione mondiale annuale, materia prima fondamentale per la produzione di batterie elettriche e acciaio inox, essenziale nell’industria della Difesa e aerospaziale.
L’Indonesia possiede le più grandi riserve mondiali di nickel e, grazie alle restrizioni introdotte dal 2020, è riuscita ad attirare enormi investimenti soprattutto da parte di aziende cinesi nel settore delle fonderie e della raffinazione.
Le esportazioni del minerale, del resto, si sono progressivamente spostate dal minerale grezzo ai prodotti lavorati a maggiore valore aggiunto. Stessa sorte per la bauxite, soggetta al divieto di esportazione nel 2023.
Le conseguenze del protezionismo
Tuttavia, la nuova stretta protezionistica sta creando forti tensioni con gli investitori internazionali. Diverse aziende cinesi attive nel settore minerario hanno criticato l’aumento delle quote, delle tasse e dei controlli governativi, sostenendo che le nuove regole stanno aumentando i costi operativi oltre a rendere più incerto il quadro normativo.
Anche l’UE aveva contestato in passato le restrizioni indonesiane presso il WTO, sostenendo che i divieti all’export violassero le regole del commercio internazionale.
Nel 2022, infatti, un panel del WTO si è pronunciato contro Jakarta sul caso del nickel, tuttavia il governo indonesiano ha proseguito lo stesso con le politiche commerciali restrittive.
La Guerra delle materie prime
La strategia indonesiana riflette una tendenza sempre più diffusa nel mondo: il ritorno del nazionalismo economico sulle materie prime critiche.
Oltre al nickel e alla bauxite, occorre specificare che l’Indonesia detiene anche il 22% della produzione mondiale di stagno e l’8% di quella del carbone, per rendere l’idea di come il protezionismo commerciale del paese potrebbe impattare sulla catena del valore industriale dell’intero pianeta.
Non è una sorpresa che in un contesto segnato dalla competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina e dalla corsa globale alla transizione energetica e alle alte tecnologie, Paesi ricchi di risorse naturali critiche cercano di usare minerali e commodities come strumenti di potere.
Per i mercati internazionali, le decisioni di Jakarta potrebbero tradursi in prezzi più alti e maggiore volatilità, soprattutto nei settori delle batterie, dell’automotive elettrico e della metallurgia.
Per l’Indonesia, invece, la sfida sarà trasformare il boom delle materie prime in uno sviluppo industriale duraturo senza scoraggiare gli investimenti esteri necessari alla crescita del Paese.




