Trump e la rimozione di un presidente negli USA: tra impeachment e 25° emendamento
Nelle ultime settimane il dibattito americano sulla possibile rimozione di Donald Trump ha ripreso vigore. A riaccendere la discussione è stato anche un recente intervento del presidente sul suo social Truth, nel quale ha evocato scenari estremi nei confronti dell’Iran, arrivando a minacciare la “fine della civiltà iraniana” allo scadere di un ultimatum rivolto a Teheran. Il riferimento si inserisce nel contesto di una tregua temporanea di 14 giorni attualmente in vigore, che tuttavia non ha ancora portato alla riapertura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per gli equilibri energetici globali. Le sue dichiarazioni hanno contribuito ad alimentare un clima già teso, riaccendendo interrogativi anche sul piano politico e istituzionale.
Ma al di là delle singole polemiche che di volta in volta lo alimentano, vale la pena guardare con attenzione a come funzionano e perché faticano a funzionare gli strumenti che la Costituzione americana mette a disposizione per rimuovere un presidente in carica. Le vie percorribili sono essenzialmente due: l’impeachment, previsto dall’articolo II della Costituzione, e il 25° emendamento, introdotto nel 1967, la cui approvazione è stata accelerata anche dal clima politico a seguito all’assassinio di John F. Kennedy nel 1963; esistono entrambi da decenni, ma nessuno dei due ha mai portato alla destituzione effettiva di un presidente.
L’impeachment, uno strumento a soglia molto alta
L’impeachment è la procedura più nota. Si articola in due fasi: la Camera dei Rappresentanti vota gli articoli di accusa a maggioranza semplice, dopodiché il processo si sposta al Senato, che deve raggiungere una maggioranza di due terzi (67 senatori su 100) per arrivare alla rimozione. Una soglia che nella storia americana non è mai stata superata.
Trump è già stato sottoposto a questa procedura due volte: nel 2019, per le pressioni esercitate sull’Ucraina, e nel 2021, in seguito all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio. In entrambi i casi il Senato lo ha assolto, confermando quanto sia difficile raggiungere quel quorum quando il presidente mantiene un sostegno solido all’interno del proprio partito.
Oggi la situazione non è diversa: i repubblicani controllano il Senato con 53 seggi, rendendo matematicamente necessario che almeno 22 di loro votino contro il presidente del proprio partito. Un’eventualità che la stragrande maggioranza degli osservatori considera, allo stato attuale, molto improbabile.
Il 25° emendamento, meno noto e ugualmente difficile da applicare
Meno discusso ma altrettanto rilevante è il 25° emendamento, e in particolare la sua sezione 4. A differenza dell’impeachment, questo strumento non riguarda la commissione di reati, ma l’incapacità del presidente di esercitare le proprie funzioni. Prevede che il vicepresidente, insieme alla maggioranza dei membri del gabinetto, possa dichiarare il presidente “incapace” e assumerne temporaneamente i poteri. Se il presidente contesta la dichiarazione, la decisione passa al Congresso, che deve confermare con una maggioranza dei due terzi.
Questa sezione non è mai stata applicata nella storia degli Stati Uniti, e oggi la sua attivazione appare difficile per ragioni pratiche: richiederebbe il consenso del vicepresidente e della maggioranza del gabinetto, figure che fanno parte dell’amministrazione in carica, il che può rendere l’attivazione complessa. L’emendamento è stato utilizzato in passato solo in forma consensuale e temporanea, per trasferire i poteri durante interventi medici, con Reagan nel 1985 e con George W. Bush nel 2002 e nel 2007.
Cosa potrebbe cambiare
Il quadro politico potrebbe tuttavia evolversi dopo le elezioni di midterm di novembre, quando saranno rinnovati tutti i 435 seggi della Camera e 33 del Senato. Un eventuale cambio di maggioranza renderebbe più agevole, almeno formalmente, l’avvio di procedure nei confronti del presidente.
Nel frattempo, una parte del Partito Democratico, circa 70 parlamentari tra Camera e Senato, ha già formalmente chiesto l’attivazione del 25° emendamento, mentre voci critiche si fanno sentire anche al di fuori dell’opposizione. Tra questi, l’ex direttore della CIA John Brennan, che ha definito Trump un “rischio troppo grande” e ha invocato l’applicazione dell’emendamento, sostenendo che fosse stato concepito proprio per situazioni di questo tipo.
Resta però il fatto che, senza i numeri necessari al Congresso, entrambe le procedure rimangono difficilmente praticabili nell’immediato. La storia americana mostra che la rimozione di un presidente è avvenuta, di fatto, solo una volta e in forma di dimissioni volontarie, quando Nixon, nel 1974, scelse di lasciare l’incarico prima che il procedimento di impeachment avesse il suo corso.




