Medio Oriente, la Cina non si schiera e sceglie la via della mediazione
Nella guerra in Medio Oriente, Pechino ha scelto di passare ai fatti e porsi come mediatore al fianco del Pakistan. Dopo una sostanziale assenza del colosso cinese nei confronti dell’alleato iraniano, a più di un mese di distanza dagli attacchi israelo-statunitensi in Iran, Pechino fa la prima mossa. Nonostante fosse il maggior acquirente del petrolio iraniano, nelle prime settimane di conflitto, la Cina era rimasta cautamente in disparte, mettendosi in una posizione di sopita neutralità e limitandosi a guardare e condannare gli eventi.
Ora decide di scendere in campo, ma al fianco del Pakistan, paese che più di tutti si sta impegnando nel trovare un soluzione diplomatica al conflitto e che si è guadagnato la fiducia di Iran e Stati Uniti. In una dichiarazione congiunta, i due paesi hanno chiesto congiuntamente un cessate il fuoco immediato e la protezione della sicurezza delle vie navigabili, compreso lo stretto bloccato. Le richieste di Pechino e Islamabad sono racchiuse all’interno di un piano di pace in cinque punti. Entrambi i paesi concordano nell’affermare che il dialogo e la diplomazia siano “l’unica opzione praticabile per risolvere i conflitti”.
Il piano in 5 punti
La prima richiesta avanzata dai ministri degli Esteri cinese e pakistano riguarda un cessate il fuoco immediato e l’entrata degli aiuti umanitari nella regione. Il secondo punto richiede il conseguente avvio dei negoziati di pace, da attuare il prima possibile e rispondendo al rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dell’indipendenza nazionale di Iran e paesi del Golfo, astenendosi dall’uso della forza durante i colloqui. Viene poi ribadito il “principio di protezione dei civili” e degli target “non militari”, con la richiesta del ripristino del passaggio nello Stretto di Hormuz. Infine, Pechino e Islamabad richiedono degli sforzi per praticare un “vero multilateralismo” per “stabilire un quadro di pace comprensivo, duraturo e conforme al diritto internazionale”.
Pechino sceglie di mediare
Dati gli sforzi cinesi nel “mantenere uno spirito di rispetto reciproco” nelle relazioni con gli Stati Uniti, la Cina continua a mantenere una posizione di sostanziale neutralità, scegliendo la via di mediatrice al posto di quella di alleato di una sola parte. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva affermato, infatti, che il 2026 si è già prefigurato come “anno importante per le relazioni tra Cina e Stati Uniti” e che le due parti dovrebbero “trattarsi reciprocamente con sincerità e buona fede”, forte della temporanea tregua nella guerra commerciale concordata ad ottobre da Donald Trump e Xi Jinping. Nonostante gli attacchi al Venezuela e all’Iran da parte statunitense, Pechino, pur condannando le operazioni in entrambi i paesi, si è astenuta dal criticare direttamente il presidente Usa. Sia il Venezuela che l’Iran sono fornitori di petrolio della Cina e fanno parte della rete di paesi partner del Sud del mondo di Pechino, che ha subito un attacco indiretto dalle operazioni statunitensi di gennaio e febbraio.
Come evidenziato da William Yang, analista senior dell’International Crisis Group, “considerata la continua instabilità in Medio Oriente, compreso l’impatto sui prezzi globali dell’energia, la Cina probabilmente attribuisce ancora maggiore importanza all’opportunità di affrontare di persona con Trump una vasta gamma di questioni complesse, tra cui le relazioni commerciali bilaterali, la questione di Taiwan e altri conflitti globali in corso e il loro impatto”. Secondo Yang, la Cina “non vede molti vantaggi nell’esporsi a favore dell’Iran in questo momento” e “ritiene che un incontro faccia a faccia consentirà loro di valutare meglio la posizione di Trump su queste questioni e di presentare la prospettiva cinese in modo più diretto”.




