Mosca aiuta L’Avana
Dopo la cattura di Maduro in Venezuela ed il conflitto aperto con l’Iran, Cuba appare come il terzo bersaglio di Washington e del presidente Trump, determinato a modificare quando non dissolvere un asse politico ostile ai propri interessi strategici.
L’isola caraibica attraversa da anni una crisi strutturale che combina stagnazione economica, carenze energetiche, inflazione e un’emigrazione di massa senza precedenti. Le proteste popolari, un tempo episodiche e facilmente contenibili, sono diventate sempre più frequenti e più difficili da reprimere senza costi politici elevati. La legittimità storica del regime, fondata sulla rivoluzione castrista, inoltre, esercita sempre minor presa culturale sulle generazioni più giovani.
La fine del sostegno venezuelano, prima di tutto energetico e poi politico, causata dal cambio di passo della nuova presidente Delcy Rodriguez, ha ulteriormente isolato L’Avana. Per decenni, infatti, il legame energetico e militare con Caracas aveva garantito a Cuba una sorta di assicurazione strategica. In cambio di sostegno militare (nel raid americano per la cattura di Maduro sono morti 32 soldati cubani di scorta all’ex presidente), Caracas forniva all’Avana oltre un terzo del fabbisogno petrolifero cubano a prezzo calmierato.
Il venir meno di quel pilastro ha reso evidente la fragilità economica del sistema e la sua dipendenza da attori esterni sempre meno affidabili. Anche se da più di un anno le forniture di greggio venezuelane sono state sostituite da quelle messicane (circa ventimila barili al giorno nel 2025), queste ultime restano comunque soggette a potenziali sanzioni da parte americana, con la nuova amministrazione di Claudia Sheinbaum alle prese con un costante braccio di ferro con la politica estera di stampo Big Stick di Donald Trump.
A differenza dell’Iran, però, Cuba non rappresenta una minaccia militare regionale né un nodo critico per la sicurezza energetica globale. Tuttavia, un suo collasso avrebbe un forte valore simbolico e geopolitico oltre a privare attori come Russia e Cina di un avamposto politico nel cuore dei Caraibi situato ad un passo dagli Stati Uniti.
Proprio per questo motivo il 30 marzo una petroliera russa, la Anatoly Kolodkin, è approdata nel porto cubano di Matanzas per consegnare centomila tonnellate di petrolio e aiuti umanitari, a riprova dell’impegno di Mosca nel sostenere il proprio alleato di vecchia data. Alcuni esperti stimano che la spedizione russa basterebbe a soddisfare il fabbisogno energetico di Cuba per circa dieci giorni.
Ciò che ha stupito è stato il lasciapassare del presidente Trump, il quale ha dichiarato che la nave non sarebbe stata bloccata dalla marina americana per solidarietà umanitaria nei confronti del popolo cubano, lasciando intendere che la sua amministrazione conti lo stesso sul collasso del regime castrista a prescindere dalle saltuarie boccate di ossigeno come la recente consegna da parte della Russia.
Trump ha inoltre dimostrato la propria disponibilità a non opporsi se altri paesi volessero consegnare ulteriori aiuti a Cuba, anche se è ormai di ordinaria abitudine anche lo smentirsi continuo del presidente americano su qualsiasi decisione già presa.
Ciò che è più probabile ipotizzare, invece, è che il governo americano sia già abbastanza impegnato dalla campagna militare in Medioriente e non voglia impelagarsi in un ulteriore scenario al momento, potenzialmente foriero anche di una grave crisi migratoria ai propri confini.
Non sfugge, inoltre, il consueto ammiccamento politico del presidente Trump nei confronti di Putin, avversario nominale ma aspirante sodale, come emerso diverse volte dalle dichiarazioni di entrambi e dagli atteggiamenti di vicinanza durante lo scorso vertice di Anchorage in Alaska.
Infine, anche la Cina si muove per puntellare i propri interessi nell’isola caraibica, inviando migliaia di pannelli fotovoltaici e di tonnellate di riso. Tuttavia, aiuti del genere sembrano piuttosto tardivi e insufficienti per scongiurare una crisi che sembra sempre più prossima al punto di non ritorno.




