Che fine ha fatto Putin?
I primi tre mesi del 2026 hanno visto un comune bersaglio indiretto: la Russia di Vladimir Putin. Per un paese già logorato da quattro anni di guerra in Ucraina, in un’invasione che si sta ritorcendo a boomerang sull’economia russa, la caduta del regime in Venezuela nei primi di gennaio e l’attuale crisi in Medio Oriente hanno sferrato ulteriori e pesanti colpi a Mosca, isolandola e indebolendola. Le presenze pubbliche di Vladimir Putin sono diminuite nel corso degli anni e, caduti i leader di tre dei suoi principali alleati in soli 18 mesi (Assad in Siria, Maduro in Venezuela, Khamenei in Iran), il presidente russo appare più che mai in difficoltà.
Inoltre, a rendere la situazione ancor più amara è il fatto che a sferrare questi duri colpi sia stato il presidente occidentale che, tra tutti, non solo ha continuato il dialogo con Vladimir Putin, ma lo ha potenziato: Donald Trump. Di ieri è la notizia della petroliera russa Anatoly Kolodkin, soggetta alle sanzioni di Usa, Ue e UK, arrivata a Cuba con a bordo 730.000 tonnellate di greggio per portare aiuti all’alleato messo in scacco dal blocco petrolifero imposto dal governo statunitense. Tuttavia, come sottolineato dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, la decisione è stata presa da Donald Trump esclusivamente per “ragioni umanitarie” e non comporta “nessun cambio di politica”, né per Cuba, né per la Russia.
Dalla caduta del regime di Nicolás Maduro in Venezuela, al conflitto attuale in Iran, Putin sembra essere rimasto a essenzialmente guardare. Da una parte, una prolungata crisi energetica, innescata dall’escalation in Medio Oriente, potrebbe giovare nel tempo a Mosca, con l’arrivo di nuovi acquirenti interessati al gas russo. Dall’altra, l’aiuto esclusivamente formale e morale del Cremlino verso i suoi alleati viene visto come una mancanza effettiva di risorse militari ed economiche capaci di risollevare i partner. Se un articolo del Financial Times afferma che la Russia stia fornendo informazioni di intelligence all’Iran per aiutarlo a colpire le forze statunitensi nella regione, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov si appresta a bollarla come una della tante “notizie false” che circolano in questo momento. Tuttavia, dice Peskov, una cosa è certa: il dialogo con la leadership iraniana continua.
Il Cremlino sembra impantanato in una guerra che sta prosciugando via via le sue forze, rivelando le sue incapacità di andare in soccorso ai suoi partner strategici nei loro momenti più critici. I problemi scatenati dal conflitto in Ucraina iniziano ad essere sempre più evidenti per la Russia. L’inflazione e l’aumento delle tasse, unito al calo della domanda, hanno indebolito sempre di più il paese, che è ora alle prese con una crisi economica che non riesce più a nascondere. Nel 2025 la crescita annuale è scesa all’1 per cento e il numero di nuove reclute non riesce più a compensare quello dei caduti in Ucraina. I dati del Csis (Center for strategic and international studies) mostrano che tra febbraio 2022 e dicembre 2025 i morti russi sul campo di battaglia sono stati tra i 275mila e i 325mila.




