Crisi in Medio Oriente: gli ultimi aggiornamenti
La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti procede imperterrita e non dà segni di volersi arrestare.
Siamo ormai al ventottesimo giorno di conflitti. Che ne vogliano dire i leader internazionali che auspicano una de-escalation e una cessazione delle ostilità, queste sembrano essere tutt’altro che prossime.
I contendenti restano fermi nelle proprie posizioni, e non hanno alcuna intenzione di retrocedere. E mentre gli interessi economici e geopolitici si intrecciano con fanatismi religiosi e ideologici da ambo le parti, la portata del conflitto si fa sempre più ampia, rischiando di andare a coinvolgere altri attori dello scenario internazionale.
Conflitto militare e crisi energetica
A distanza di circa ventotto giorni dall’inizio della guerra, Israele procede imperterrita con attacchi aerei rivolti ad obiettivi strategici ed economici. Gli assalti israeliani hanno coinvolto infrastrutture militari, la riserva di gas di South Pars, e la stessa Tehran. La reazione iraniana non si è fatta attendere. Attacchi drone e missilistici si sono abbattuti su numerose riserve energetiche appartenenti ai paesi del Golfo Persico, tra cui Qatar, Kuwait e Arabia Saudita. L’Iran ha inoltre minacciato gravissime ripercussioni se le sue risorse energetiche dovessero essere attaccate di nuovo.
L’escalation militare ha inevitabilmente portato all’aumento del prezzo di petrolio e carburanti, cosa che sta impattando sulla nostra quotidianità anche in Europa. L’Iran ha quasi del tutto chiuso lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale del commercio marittimo internazionale, soprattutto in Asia. La crisi energetica è tale, che in Asia si raccomanda alla popolazione a lavorare da casa, usare i mezzi pubblici ed evitare di prendere l’aereo a causa del costo del carburante.
Vittime civili e incidenti internazionali
E se da un lato gli Stati Uniti stanno fornendo un appoggio limitato a Israele, evitando, almeno per ora, un conflitto su larga scala, questo sta inevitabilmente facendo sentire le proprie ripercussioni in tutto il Medio Oriente.
L’ambasciata indiana in Arabia Saudita ha infatti confermato la morte di un concittadino a Riyadh il 18 marzo. Il ministero degli esteri russo ha invece denunciato il ferimento dei membri di una troupe di Russia Today nel sud del Libano da parte di un missile israeliano. L’attacco è stato definito “deliberato” e una “grave violazione del diritto internazionale”.
E se alcuni paesi vicini cercano di rimanere neutrali, come nel caso dello Sri Lanka, che ha negato a degli aerei da guerra americani il permesso di atterrare nel proprio territorio, altri prendono posizioni nette. Questo è, ad esempio, il caso dell’Arabia Saudita, il cui ministro degli esteri ha pesantemente condannato gli attacchi iraniani ai territori limitrofi.
Quello che accomuna tutti gli attori internazionali attualmente è la paura che a pagare le spese del conflitto sia la popolazione civile. Permane infatti lo stato di allerta a seguito degli attacchi missilistici che hanno coinvolto i Paesi del Golfo.
Le dichiarazioni di Netanyahu
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha già espresso dichiarazioni entusiastiche per l’andamento del conflitto. In una conferenza stampa tenutasi ieri, il premier ha sottolineato come l’operazione militare congiunta di Israele e Stati Uniti abbia compromesso le possibilità dell’Iran di arricchire l’Uranio, così come in generale i sistemi di difesa di Tehran.
Le sue intenzioni però non si fermano qui. L’obiettivo di Netanyahu non è solo di compromettere il programma nucleare iraniano, ma anche il suo arsenale missilistico e la sua influenza sull’intera regione mediorientale. Per questo Israele ha unilateralmente deciso di attaccare la riserva di gas di South Pars: per non limitarsi a compromettere le capacità militari del nemico, ma sferrare un colpo alla sua economia per farlo crollare dall’interno.
Ciò a cui guarda il presidente israeliano è dunque un cambiamento degli equilibri geopolitici nella regione, e un futuro in cui l’approvvigionamento energetico dell’Asia non dipenda più quasi esclusivamente dallo Stretto di Hormuz e da Bab-el Mandeb, ma dai porti israeliani nel Mediterraneo.
Resta dunque da vedere fin dove è disposto a spingersi Israele nel nome del controllo del mercato energetico e dell’intero Medio Oriente.




