Tra sfollati e piogge nere: il disastro umanitario dietro la guerra in Medio Oriente
Al di là del quotidiano bollettino di raid, attacchi e distruzioni che una guerra causa, soprattutto vi è il quadro ancora più triste di chi la guerra la vive e la subisce. All’undicesimo giorno del conflitto in Medio Oriente, si è arrivati a combattere su almeno cinque fronti. Il primo è, certamente, quello iraniano, sconvolto dagli attacchi israelo-statunitensi; a questo si aggiunge quello libanese, dove l’esercito israeliano conduce massicci raid aerei per colpire Hezbollah e gli uomini del regime iraniano presenti sul territorio libanese; vi è poi il fronte israeliano, colpito da droni e missili iraniani e libanesi; quello dei Paesi arabi bersagliati da Teheran; infine lo stretto di Hormuz, punto di passaggio marittimo cruciale per il commercio energetico. Mentre Donald Trump afferma in conferenza stampa a Miami che «la guerra finirà presto», la catastrofe umanitaria ed ecologica è già critica ed urgente.
Un milione di profughi
Il Medio Oriente era già terra di profughi: nel 2025 l’Alto Commissario delle Nazioni Unite segnalava 24,3 milioni di sfollati. L’attuale guerra, iniziata con gli attacchi congiunti di Israele e Stati Uniti in Iran, sta producendo quasi un milione di profughi. Rifugiati nelle auto, in tende da campeggio o sotto le tribune degli stadi, come avviene a Teheran, centinaia di migliaia sono le persone rimaste senza casa. L’allargamento del conflitto sta aggravando il quadro attuale giorno dopo giorno. In una settimana di conflitto, in Libano, oltre 750.000 persone sono state sradicate dalle loro terre. Al tempo stesso, il numero delle vittime continua a crescere. In più di trenta province, oltre 1.300 persone sono rimaste uccise, quasi 800 ferite. Circa 6.600 infrastrutture civili sono state attaccate: tra queste, sia edifici residenziali e uffici, sia ospedali, come quello di Brusheir o il Ghandi di Teheran, magazzini della Croce Rossa e scuole, come quella di Minab, centrata da un tomahawk statunitense e che ha provocato la morte di 150 bambine. «A mia memoria, negli ultimi decenni non c’è mai stata una crisi che interessasse così tanti quadranti contemporaneamente», ha dichiarato Tommaso Della Longa, portavoce della Federazione Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa.
Nube nera su Teheran: attacco alle raffinerie di petrolio
Dopo gli attacchi israeliani alle raffinerie di petrolio iraniane, una nube tossica ha avvolto Teheran e le regioni circostanti, causando un enorme disastro ambientale e umano. L’esercito israeliano ha bombardato, infatti, gli impianti petroliferi nel nord-ovest di Teheran, generando, prima, un grande incendio e, poi, una pioggia acida nera sulla capitale iraniana, dovuta alle enormi quantità di idrocarburi tossici, anidride solforosa e ossidi di azoto rilasciati in seguito all’attacco. L’obiettivo era mirato e intenzionale. La Mezzaluna Rossa iraniana ha avvertito i residenti della capitale e delle zone circostanti che le piogge possono essere «altamente pericolose» e «possono provocare ustioni chimiche della pelle e gravi danni ai polmoni». Anche i paesi dell’Asia centrale, come l’Uzbekistan, il Kazakistan e il Kirghizistan sono a rischio contaminazione. Secondo quanto riportato da Axios, in seguito all’attacco, gli stessi Stati Uniti hanno richiamato l’alleato israeliano. Da una parte, gli Usa temono un aumento dei prezzi del petrolio e una violenta rappresaglia del rivale iraniano contro le infrastrutture energetico dei vicini Paesi del Golfo; dall’altra, gli stessi centri di stoccaggio iraniani rivestono un’importanza cruciale per gli Stati Uniti, che, una volta terminata la guerra, sarebbero intenzionati a collaborare con il settore petrolifero iraniano, applicando il modello di controllo del petrolio attuato in Venezuela anche in Iran. La risposta di Teheran non è tardata ad arrivare, con un attacco contro il vasto impianto petrolifero di Al-Ma’ameer, in Bahrein.
Assetare la popolazione come arma
A questi, si aggiungono poi i raid contro le reti idriche e i desalinizzatori dei paesi del Golfo. Centinaia di strutture, che dissetano il 90% dei kuwaitiani, l’86% degli omaniti, l’80% degli israeliani, il 70% dei sauditi e oltre la metà degli iraniani, hanno subito attacchi mirati. Secondo una comunicazione di WikiLeaks del 2008, citata dal New York Times, se venisse colpita la rete idrica di una capitale come Riad, quasi la totalità della sua popolazione andrebbe evacuata. Una catastrofe umanitaria destinata ad aggravarsi con il proseguimento del conflitto.




