Un missile iraniano raggiunge la Turchia, ma Ankara vuole restarne fuori
Un missile balistico, lanciato dalla Repubblica islamica verso le basi britanniche nella parte greca di Cipro, ha cambiato traiettoria e ha virato verso il distretto di Dortyol, nel sud-est della Turchia. Il missile è stato intercettato e neutralizzato dalla difesa aerea della Nato, schierata nel Mediterraneo orientale. In seguito a questo evento, la Turchia si è riservata «il diritto di rispondere a qualsiasi atteggiamento ostile», convocando l’ambasciatore iraniano per chiarimenti. Tuttavia, Ankara ha buoni motivi per tenersi al di fuori da un conflitto dagli equilibri altamente precar, capaci di compromettere la sua stabilità interna. Per questo, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan punta ad una soluzione diplomatica e mobilita «tutti i mezzi per liberare» la regione turca «da questo vincolo».
La Turchia nella morsa
Affacciandosi sul fianco mediorientale dell’Alleanza Atlantica – nella quale è entrata a far parte dal 1952 – la Turchia rappresenta un punto nodale per l’Occidente. Ospita basi aeree Nato di importanza strategica, come quella di Ircirlik a Adana e il sistema radar di allerta precoce a Kürecik, nella provincia di Malatya. Queste strutture sono considerate parte integrante della difesa missilistica Nato, nonostante, al momento, non ci siano dichiarazioni ufficiali sull’utilizzo di queste nelle operazioni statunitensi contro l’Iran, iniziate il 28 febbraio. Il segretario della Difesa Pete Hegseth ha assicurato che il caso del missile iraniano in Turchia non innescherà l’articolo 5 della Nato, che obbliga gli Alleati ad intervenire a sostegno e in difesa di un membro sotto attacco. Tuttavia, al momento, le incognite superano le certezze. Ankara resta la grande potenza della regione e i suoi legami con l’Occidente e l’equilibrio, fatto di cooperazione, contrasti e rivalità, costruito nei secoli con Teheran, accentuano la sua scomoda posizione in questa nuovo caos mediorientale.
La ricerca di un equilibrio impossibile
Secondo quanto afferma il giornalista turco Fehim Tastekin a Il Manifesto, la Turchia si trova in una condizione più che mai scomoda. In primo luogo, vi è la posizione debole che Ankara ricopre nei confronti di Washington «Erdogan ha aspettative da Trump, dalla questione delle forze democratiche in Siria, alle sanzioni per gli S-400, fino al caso Halkbank» e eviterebbe volentieri delle tensioni con l’alleato statunitense. Infatti, i rapporti tra Erdogan e Donald Trump non sono mai stati dei migliori, data la spinta anti-occidentale del presidente turco e la sua opposizione ad Israele. Al tempo stesso, «i paesi del Golfo, con cui la Turchia sta cercando di migliorare i rapporti, si aspettano che Ankara prende una posizione chiara contro l’Iran».
L’ipotesi di un coinvolgimento turco nel conflitto rappresenta una minaccia strategica su più fronti. Il rischio di un’ondata migratoria forzata è uno di questi: se gli scontri si estendessero alle regioni iraniane al confine con la Turchia, migliaia di rifugiati si riverserebbero oltre frontiera, sovraccaricando un sistema già sotto pressione. Tra i timori di Ankara teme vi è l’ipotesi di un protagonismo curdo in Iran, eventualmente sostenuto dall’amministrazione curda irachena o dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), capace di minare gli sforzi turchi nel processo che punta allo smantellamento del Pkk e alla stabilizzazione delle regioni sud-orientali. La Turchia di Erdogan è sempre più nella morsa imposta dalla sua posizione geografica. Come spiega Tastekin: «Da una parte, non vuole un Iran troppo potente. Dall’altra teme che il suo collasso possa portare caos, migrazioni e un rafforzamento delle milizie curde. Per questo, Ankara spinge sulla diplomazia, alla ricerca di un equilibrio impossibile tra quest’ultima, «interessi economici e alleanze strategiche».




