Il caos avvolge l’amministrazione Trump dopo la sentenza che giudica i dazi illegali
Poco più di un anno fa, il 2 aprile, iniziava il “Liberation Day”, ampolloso appellativo dato dal presidente Donald Trump al giorno in cui gli Stati Uniti si sarebbero liberati dalle “ingiustizie” imposte da tutto il mondo attraverso l’imposizione di dazi. Dopo un anno di guerre commerciali, continua instabilità nell’economia internazionale e di imposte utilizzate come potente arma negoziale, il 20 febbraio la Corte Suprema degli Stati Uniti ha giudicato illegali i dazi di Trump. La brusca reazione del presidente non si è fatta attendere, annunciando l’imposizione di tasse al 10%, poi al 15%, verso tutti i paesi, su nuove basi legali. Il risultato: un clima sempre più incerto e caotico. Da una parte, diversi paesi stanno procedendo alle richieste di rimborso da parte del governo Usa, dall’altra, le politiche commerciali internazionali appaiono sempre più suscettibili alle reazioni istintive e rabbiose di un Donald Trump “offeso” e sopraffatto da misure legislative e richieste di stabilità.
Dalla causa alla sentenza
La causa contro i dazi di Trump era partita dal ricorso di piccoli gruppi di imprenditori statunitensi, che protestavano su come i dazi stessero danneggiando i loro affari con l’estero, e di dodici Stati Usa, governati per lo più da democratici. La causa era arrivata fino all’ultimo appello, in cui la Corte d’appello federale statunitense, che si occupa dei ricorsi nei casi riguardanti il commercio internazionale, aveva dato torto al presidente Usa, nell’agosto dello scorso anno. Da qui, l’amministrazione Trump aveva fatto ricorso alla Corte Suprema che, contro le sue aspettative, ha confermato l’illegalità delle modalità con cui i dazi sono stati introdotti. Da un ricavo di circa 331 miliardi di dollari, dal 2025 all’inizio del 2026, la Corte ha stabilito che 175 miliardi di dollari sono illegittimi. Con ogni probabilità, saranno da annullare.
Dazi illegali: le motivazioni
La Corte accusa i dazi di Trump di illegittimità in base a due elementi principali. Il primo riguarda la legge tramite la quale sono stati introdotti. Lo IEEPA (International Emergency Economic Power Act) è una legge emergenziale promulgata nel 1977 e firmata dall’allora presidente Usa Jimmy Carter, che conferisce al presidente il potere di intraprendere misure straordinarie in situazioni di emergenza. Nonostante i dubbi di esperti e giudici sull’attuazione dello IEEPA per l’introduzione di dazi, il presidente Usa ne giustificava l’utilizzo per quella che lui riteneva un’emergenza nazionale: il deficit commerciale statunitense, dato dal fatto che gli Stati Uniti importano più merci di quante ne esportino. Inoltre, la legge, usata in passato solo per embarghi, blocchi commerciali e sanzioni, non menziona nello specifico i dazi che, essendo di fatto delle tasse, necessitano dell’approvazione del Congresso per la loro attuazione. Quest’ultimo è, infatti, il secondo elemento per cui la Corte Suprema accusa i dazi trumpiani di illegalità. La Costituzione statunitense attribuisce al Congresso – e non alla sola persona del presidente – il ruolo di imporre e riscuotere le imposte, con tempi di approvazione e iter ben più lunghi di quelli immediati attuati sino ad ora.
Le conseguenze
La sentenza ha già portato alle prime conseguenze. Numerose aziende hanno iniziato a presentare cause legali presso la Corte del Commercio Internazionale degli Stati Uniti, chiedendo al governo di rimborsarli (alcune ancor prima della sentenza). Tra le oltre mille imprese che hanno citato in giudizio l’amministrazione Trump e chiesto il rimborso vi sono Costco, Lyft, Peloton, Heineken, Dole, Revlon e Goodyear Tires. L’amministrazione Trump ha fatto capire che non restituirà i soldi di sua spontanea volontà, con il segretario al Tesoro Scott Bessent che ha affermato che il rimborso «è oggetto di discussione». L’agenzia statunitense per la protezione delle dogane e delle frontiere ha dichiarato che interromperà la riscossione dei dazi imposti alle 00.01 locali del 24 febbraio. L’interruzione coincide, tuttavia, con una nuova misura dell’amministrazione Trump.
Trump non molla e impone nuovi dazi al 15%
Come spiega l’agenzia Reuters, alla stessa ora, comincerà l’imposizione di un nuovo dazio al 15% verso tutti i Paesi. La nuova imposta è stata adottata dall’amministrazione Trump ai sensi della Section 122 del Trade Act del 1974. Una norma mai usata prima d’ora e che permette la temporanea imposizione di dazi fino al 15% senza passare per l’approvazione del Congresso. L’attuazione di questa misura è possibile per 150 giorni (fino al luglio 2026), dopo i quali sarà necessario il passaggio per il Congresso. Esiste poi una legge del 1962 che permetterebbe di imporre tariffe maggiorate su acciaio, alluminio e componentistica per l’automotive. Quest’ultima prevede, però, una lunga azione ispettiva del Dipartimento al Commercio, fatta di audizioni, indagini, studi.
Un clima di instabilità e sfiducia
La sentenza della Corte Suprema, definita da Trump «ridicola, mal scritta e straordinariamente antiamericana» e composta da sei giudici di orientamento conservatore su nove, rimescola le carte del commercio globale, portando a conseguenze politiche per lo stesso governo statunitense. Sin dal suo secondo insediamento alla Casa Bianca, i dazi sono stati un’arma potente nelle mani di Donald Trump nei rapporti negoziali con gli altri Paesi. Il presidente ne aveva fatto un ampio utilizzo, imponendoli con effetto immediato, senza limitazioni e controlli. Soprattutto con Pechino (dove i dazi hanno raggiunto vette del 100%-125% nel 2025 su specifici beni), gli Stati Uniti sono riusciti a portare avanti una vera e propria guerra commerciale, prima della tregua ad ottobre 2025. Ora, le regole del commercio sono destinate a cambiare ancora.
La sfiducia nei confronti dell’amministrazione Trump e l’incertezza commerciale sono tra gli stati d’animo più diffusi a Bruxelles. Da una dichiarazione dell’Unione europea, si invoca il rispetto degli accordi commerciali da parte degli Stati Uniti. «La situazione attuale non favorisce la realizzazione di scambi commerciali e investimenti atlantici equi, equilibrati e reciprocamente vantaggiosi, come concordato da entrambe le parti nella dichiarazione congiunta Ue-Usa. Un accordo è un accordo. In qualità di principale partner commerciale degli Stati Uniti, l’Ue si aspetta che gli Usa onorino gli impegni», si legge nella nota. Il clima è caotico e, nonostante l’incontro tra il Commissario al Commercio europeo e statunitense abbia posto tra le priorità la preservazione di «un contesto transatlantico stabile e prevedibile», l’Ue si mette in difesa, proponendo la sospensione dei lavori legislativi finché si otterrà «una valutazione giuridica adeguata e impegni chiari da parte degli Stati Uniti».




