La guerra narrativa tra Riyadh e Abu Dhabi, quando la fratellanza del Golfo cede il passo alla rivalità digitale
In teoria dovrebbero essere “fratelli”. Nella retorica ufficiale, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti continuano a chiamarsi alleati, colonne portanti di un ordine del Golfo compatto, saldato dalla fede e da interessi convergenti. Eppure, mentre i comunicati continuano a parlare di cooperazione, basta scorrere una timeline su X o TikTok per accorgersi che qualcosa si è rotto.
La frattura
Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, la frattura è uscita definitivamente dall’ombra. A Mukalla, sulla costa yemenita, i bombardieri sauditi hanno colpito un carico di veicoli e armamenti arrivato da un porto emiratino e destinato al Southern Transitional Council (STC), un movimento politico e militare secessionista yemenita nato nel 2017 nel contesto della guerra civile in Yemen come principale veicolo politico-militare del secessionismo del Sud.
Poche ore dopo, il presidente yemenita Rashad al-Alimi ha imposto un ultimatum agli Emirati e unblocco temporaneo dei porti. Abu Dhabi ha annunciato il ritiro delle sue ultime unità dal Paese. È ilmomento in cui la rivalità, a lungo covata sottotraccia, è diventata impossibile da negare.
Quasi in parallelo, sul Corno d’Africa, si registra un altro scossone. Il 26 dicembre 2025 Israeleannuncia il riconoscimento di Somaliland, primo Stato al mondo a farlo. Ventuno Paesi arabi, islamici eafricani condannano la mossa; l’Arabia Saudita è in prima fila, evocando la minaccia alla stabilitàregionale. Gli Emirati, invece, scelgono il silenzio, non firmano la dichiarazione congiunta, preservanola base militare di Berbera e le relazioni con Hargeisa.
Ancora una volta, Riyadh e Abu Dhabi si ritrovano su lati diversi di una stessa faglia geopolitica.Mentre i droni sorvolano Mukalla e i diplomatici si scontrano al Consiglio di Sicurezza, sui social sicombatte una guerra parallela, quella delle storie, degli hashtag, dei video virali.
La partita yemenita
La crisi attuale nasce sul terreno più fragile del Golfo, lo Yemen. Per anni, Riyadh e Abu Dhabi hannocombattuto fianco a fianco contro gli Houthi. Ma gli interessi strategici non sono sempre stati allineati. L’Arabia Saudita voleva ricomporre uno Stato yemenita sufficientemente unificato, capace di fare dacuscinetto al suo confine meridionale e, se possibile, di ospitare un oleodotto verso l’Oceano Indianoche riduca la dipendenza dallo Stretto di Hormuz. Gli Emirati, al contrario, hanno coltivato un progettodi Yemen decentrato, costruendo milizie e alleanze soprattutto nel Sud, dove passano gli snodimarittimi che contano.
Quando, a fine 2025, il Southern Transitional Council dello Yemen ha lanciato un’offensiva che ha strappatoHadramawt e Mahra, regioni petrolifere e cuscinetto verso il confine saudita, Riyadh ha interpretato lamossa come una sfida diretta alla propria sicurezza. Il bombardamento di Mukalla, con l’accusaesplicita di un carico di armi emiratine per i separatisti, ha segnato un punto di non ritorno. Non si tratta più undissenso tattico nella “coalizione araba”, ma di uno scontro tra due strategie incompatibili.
Lo scenario africano
Lo stesso schema si ripete anche altrove. In Sudan, la guerra civile è diventata il teatro di due lettureopposte. Mentre i sauditi appoggiano l’esercito regolare (Sudanese ArmedForces) in nome della continuitàdello Stato; gli Emirati sono accusati di sostenere le Rapid Support Forces, un gruppo paramilitare cheha costruito il proprio potere su reti economiche autonome e brutalità sul campo.
Riyadh e Abu Dhabi propongono una visione diversa dell’ordine regionale, dove mentre la prima difende confini e sovranità, la seconda investe su entità de facto, corridoi marittimi e alleanze con attori sub-statali.
“Eserciti elettronici” e influencer, quando la politica estera passa dal feed
Per capire la guerra narrativa tra sauditi ed emiratini bisogna uscire dalle stanze istituzionali e dagliambienti diplomatici e guardare cosa avviene sui social. Non siamo davanti a semplici flame war trautenti, ma a infrastrutture digitali costruite e affinate in un decennio quali bot, troll farm, “esercitielettronici”, influencer ben finanziati, testate “indipendenti” che nascono e muoiono in pochi mesi.
L’apparato saudita è diventato famoso nel mondo con il termine di “Army of Flies”, migliaia di accountcoordinati che attaccano dissidenti, amplificano messaggi governativi e spingono campagne mirate.Indagini giornalistiche e think tank hanno documentato non solo reti di bot rimosse da Twitter/X, maanche l’infiltrazione della piattaforma da parte di dipendenti reclutati dai servizi sauditi per de-anonimizzare oppositori all’estero.
L’ecosistema emiratino è diverso per stile, non per ambizione. Negli ultimi anni, le inchieste open-source hanno messo in luce la crescita di un universo di “dis-influencer” quali giovani analisti,commentatori e content creator che parlano inglese perfetto, si presentano in studi patinati, pubblicanosu piattaforme accademiche e fanno circolare una narrativa coerente con le priorità di AbuDhabi. Le priorità sono la lotta all’Islam politico, l’esaltazione della stabilità autoritaria, la legittimazionedi alleanze con Israele e con segmenti dell’estrema destra occidentale.
Nel 2025 questo ecosistema fa un ulteriore salto con il lancio a Dubai di una vera e propria “influenceracademy”, un programma pubblico-privato pensato per formare una nuova generazione di contentcreator allineati al racconto di un Emirato moderno, tollerante, glamour. I critici lo leggono come untassello consapevole di soft power.
Nel frattempo, le piattaforme diventano anche luogo di resistenza simbolica. Durante la guerra di Gaza,nel 2025, nasce una campagna di “unfollow” contro il cosiddetto “Dubai gang”, gli influencer checontinuano a postare vite di lusso ignorando il massacro a poche ore di volo di distanza. È unpromemoria scomodo, lo stesso ambiente digitale che governi e brand provano a controllare resta unospazio in cui emergono anche contestazioni, boicottaggi e narrazioni alternative.
La guerra narrativa in tempo reale, con il Sudan come specchio
Chi monitora il conflitto in Sudan racconta di dashboard che, a novembre 2025, si sonoimprovvisamente “colorate” di tweet e post riconducibili a hub sauditi ed emiratini. Da un lato, accountvicini ad Abu Dhabi cercano di screditare giornalisti e ONG che documentano i crimini delle RSF,dipingendoli come partigiani o manipolati da potenze ostili. Dall’altro, network pro-sauditi amplificano lestesse inchieste per dimostrare la pericolosità delle milizie sostenute, direttamente o indirettamente,dagli Emirati.
Il pattern non è nuovo. Durante la crisi di Aden nel 2019, un’analisi di decine di migliaia di tweet avevamostrato come fino al 90% dei contenuti provenisse da account con caratteristiche di automazione, conmessaggi quasi identici postati a distanza di pochi minuti e in più lingue. Anche qui il copione si ripete.
Cluster che si attivano e disattivano all’unisono, hashtag lanciati in orari calcolati, meme prodotticentralmente e rilanciati da “micro-influencer” in apparenza spontanei.La cosa più interessante, però, è un’altra. Spesso la narrativa online anticipa la politica ufficiale. Analisticome Alessandro Accorsi hanno notato come, negli anni, le reti di troll e influencer del Golfo abbianoiniziato a testare messaggi più aggressivi o revisionisti prima che questi entrassero nei discorsi pubblicidei leader. La guerra narrativa diventa così un laboratorio in cui si misurano reazioni, si preparanoopinioni pubbliche, si spostano i confini di ciò che è dicibile.
Mohammed bin Salman e Mohammed bin Zayed, dal rapporto mentore-protégé allo scontro trapari
Dietro questa competizione c’è anche una storia di persone, vanità e delusioni. Mohammed bin Salman(Saudita) e Mohammed bin Zayed (Emiratino) sono quasi coetanei, cresciuti in sistemi simili ma con paesi diversi. All’inizio,Mohammed bin Zayed riveste il ruolo di fratello maggiore. aiuta Mohammed bin Salman a consolidare ilpotere, fa lobby per lui a Washington nel 2017, chiude un occhio su mosse spericolate come ilsequestro di Saad Hariri o l’omicidio Khashoggi.
Con il tempo, però, i ruoli si ribaltano. MBS diventa l’uomo destinato al trono del regno più grande esimbolicamente centrale. L’idea di continuare a giocare il ruolo del “secondo” rispetto al principe di unpiccolo emirato inizia a stargli stretta. Dall’altra parte, MBZ fatica ad accettare che il suo ex allievovoglia riscrivere la gerarchia del Golfo.
I segnali della rottura si accumulano tra summit saltati, viaggi annullati, frasi riportate da giornaliinternazionali in cui MBS accusa MBZ di aver “pugnalato alle spalle” il regno e promette di farglielapagare “peggio che al Qatar”. Il rapporto personale, in un sistema dove le relazioni tra Stati sonospesso filtrate da legami diretti tra pochi uomini al vertice, diventa un fattore di rischio strutturale.
Sovranità contro frammentazione, due progetti di ordine regionale
Se riduciamo tutto a psicologie personali, però, perdiamo il quadro d’insieme. Le divergenze tra Riyadhe Abu Dhabi sono innanzitutto politiche.
Per l’Arabia Saudita il punto di partenza è la sovranità statale. Uno Yemen unito, un Sudan governatodall’esercito regolare, una Somalia che non si frantuma in entità riconosciute selettivamente. Tuttoquesto serve a preservare un ordine in cui i confini esistenti restano la regola, non l’eccezione. Ancheper questo Riyadh è tra i primi a condannare il riconoscimento israeliano di Somaliland, teme che ilmessaggio “premiare i secessionisti” possa replicarsi altrove, magari più vicino ai suoi interessi diretti.
Gli Emirati, invece, si muovono come un impero marittimo di fatto. Investono in porti, basi, free zone,milizie amiche lungo una fascia che va da Aden a Berbera, passando per Socotra e altre isole-snodo.Una “cintura del Sud” che privilegia l’accesso allo spazio marittimo rispetto al controllo dei territoriinterni. In questo schema, il sostegno a movimenti secessionisti o ad attori non statali agisce da leva deliberata per costruire influenza in assenza di demografia e profonditàstrategica.
A complicare tutto c’è l’ideologia. Abu Dhabi ha fatto della guerra alla Fratellanza Musulmana eall’Islam politico il proprio marchio. Riyadh, pur ostile a molte declinazioni dell’islamismo, vede ancoranell’Iran sciita la minaccia esistenziale principale. Le priorità di sicurezza non si sovrappongono piùcome una volta. Ciò che per gli emiratini è prima di tutto un problema ideologico (l’attivismo islamista),per i sauditi è un dossier importante ma subordinato alla partita con Teheran.
Vision 2030 contro Dubai, la competizione economica che cambia il Golfo
La partita più silenziosa si gioca sul piano economico. Chi sarà il cuore dello sviluppo del Golfo nei
prossimi trent’anni?
Vision 2030 di Mohammed bin Salman (MBS) è, anche, una dichiarazione di guerra economica al modello Dubai. Riyadh vuolediventare hub di finanza, turismo, logistica e intrattenimento. Dal 2021, il regno chiede allemultinazionali di trasferire le sedi regionali in Arabia Saudita se vogliono continuare a lavorare con ilsettore pubblico; rivede i regimi doganali sulle merci provenienti dalle free zone emiratine; investe inmega-progetti turistici sul Mar Rosso che, nelle intenzioni, dovranno competere con le spiagge e igrattacieli degli Emirati.
Abu Dhabi e Dubai rispondono con la forza che hanno. Capitali finanziari, capacità di esecuzione, softpower. Ma la competizione è asimmetrica. Da un lato una città-Stato estremamente agile; dall’altro ungrande regno che può usare il mercato interno e le politiche energetiche come leva.
Anche all’interno di OPEC+ le differenze emergono con più chiarezza. I sauditi guidano con la Russiatagli alla produzione per tenere alti i prezzi del petrolio; gli Emirati spingono per aumentare produzionee ricavi prima che la transizione energetica eroda strutturalmente la domanda.
Il fattore Trump e la miscalculation sudanese
In questo contesto la questione si va a complicare con l’inserimento degli Stati Uniti e in particolare dell’amministrazione Trump. Nelnovembre 2025 Mohammed bin Salman è volato a Washington e ha illustrato al presidente la catastrofe sudanese. Trump, promette di “mettersi al lavoro sul Sudan”, dicooperare con Egitto, Arabia Saudita ed Emirati per fermare le atrocità.
Secondo fonti nel Golfo, però, da quell’incontro nasce anche un malinteso pericoloso. Ad Abu Dhabiviene riportato che MBS avrebbe chiesto non solo sanzioni più dure contro le RSF, ma anche misuredirette contro gli Emirati per il loro presunto sostegno alle milizie. La percezione, vera o falsa che sia,alimenta l’idea che Riyadh stia cercando di colpire Abu Dhabi passando da Washington.
Riyadh nega di aver mai chiesto sanzioni contro gli Emirati, ma il danno politico è fatto. Trump e il suoentourage si ritrovano “dilaniati” tra due alleati che si fanno la guerra per procura mentre chiedonoentrambi ascolto privilegiato alla Casa Bianca.
Gulf Cooperation Council, un contenitore sempre più vuoto
Se guardiamo il quadro istituzionale, la domanda è semplice. Cosa resta del GulfCooperation Councilin tutto questo?
L’organizzazione esce ancora ammaccata dal blocco contro il Qatar del 2017-2021, chiuso senza chele 13 richieste iniziali venissero davvero accolte. Quella crisi ha già mostrato che, quando le tensionidiventano serie, i Paesi del Golfo preferiscono agire fuori dai meccanismi formali del GCC, usandoblocchi economici, campagne mediatiche e accordi bilaterali.
La frattura tra Arabia Saudita ed Emirati rischia di svuotare ulteriormente il Consiglio. Le decisioni piùimportanti degli ultimi anni, la normalizzazione degli Emirati con Israele, il riavvicinamento sauditaall’Iran mediato dalla Cina, ora la gestione del dossier Yemen, sono avvenute per iniziativa nazionale,non come esito di un processo collettivo. Il GCC resta utile per coordinare retorica e qualche politicatecnica, ma fatica a funzionare come foro di composizione delle controversie interne.
È significativo che molti analisti, parlando del futuro del Golfo, prefigurino scenari di“minilateralismo”:triangoli e quadrilateri variabili (Arabia Saudita-Qatar-Kuwait, Emirati-Egitto-Israele, ecc.) checonvivono con un GCC sempre più cerimoniale.
La guerra narrativa come strumento di governo, non solo come sintomo
È chiaro che la guerra narrativa tra Riyadh e Abu Dhabi è uno strumento consapevole di politica estera e, allo stesso tempo, di gestione del consensointerno.
Le campagne coordinate servono a tre cose. Si testano messaggi, si abitua il pubblico aframing più duri (sul vicino, sui nemici, sugli alleati da scaricare); ogni mossa sul terreno, unbombardamento, una dichiarazione, un accordo energetico, viene immediatamente tradotta in hashtag,video, infografiche che ne spiegano il senso “giusto”; le voci critiche, interne e regionali, vengonosommerse da ondate di attacchi, delegittimazioni, campagne di diffamazione.
Il paradosso è che, nel costruire questi strumenti, i governi del Golfo hanno anche ampliato lo spaziodel discorso. Come nota la ricerca su Stato e società nel Golfo, i social media hanno aperto crepe ,seppur controllate, in cui si discute di politica, governance, memoria storica. Le stesse piattaformedove operano bot e troll diventano terreno per campagne dal basso, solidarietà transnazionali, formeinedite di mobilitazione.
Per i cittadini sauditi, emiratini, sudanesi, yemeniti e somali, questo significa essere costantementeesposti a una miscela di propaganda, notizie vere, mezze verità e resistenza simbolica. L’onere didistinguere, verificare e interpretare ricade su di loro, in contesti dove la libertà di parola resta limitata ele conseguenze dell’espressione politica possono essere pesanti.
Cosa resta dopo la “fratellanza”
La frattura tra Arabia Saudita ed Emirati non è un litigio passeggero. È il prodotto di forze profonde, didimensioni e ambizioni diverse, geografie che spingono verso priorità opposte, visioni alternativedell’ordine regionale e della relazione tra Stato, milizie, ideologie religiose.
La guerra narrativa online è la superficie visibile di questo scontro. Non sostituisce droni, bombe,accordi energetici, summit saltati. Ma li prepara, li accompagna, li rende politicamente digeribili , incasa e fuori. Ogni hashtag lanciato da Riyadh o da Abu Dhabi racconta qualcosa della direzione in cuisi muove il Golfo.
Per gli attori esterni, gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Cina, la tentazione di “scegliere un fratello”contro l’altro sarà forte, soprattutto quando si tratta di contratti, basi militari, corridoi energetici. Il rischioè leggere questa rivalità solo in termini di business e sicurezza, ignorando la dimensione societaria,come cambia la vita di chi vive sotto questi regimi quando la guerra informativa diventa normalità.
Per i cittadini della regione, la domanda è ancora più radicale. Se la narrativa della fratellanza del Golfosi rivela una facciata, quale racconto può sostituirla? Una competizione aperta, con regole riconoscibili,o un confronto permanente in cui tutto, media, religione, appartenenze tribali, cause umanitarie, vienearruolato a colpi di tweet e campagne?
In fondo, la guerra narrativa tra Riyadh e Abu Dhabi ci dice che il futuro del Golfo non si deciderà solonei palazzi, ma anche sugli schermi. E che capire chi vince o chi perde, richiederà di osservare con lastessa attenzione i bombardamenti su Mukalla e i trend del giorno su X.




