Da Caracas ad Oslo: la fuga di Maria Corina Machado per ritirare il premio Nobel per la pace
Maria Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel per la pace, voleva arrivare alla cerimonia di premiazione ad Oslo a tutti i costi. Alla fine, ci è riuscita. Il viaggio-fuga da Caracas ha compreso una parrucca, una barca da pesca di legno, un GPS caduto tra le agitate onde caraibiche e un jet statunitense. Machado ha salutato una folla festante dal balcone del suo hotel della capitale norvegese intorno alle 2 e mezza del mattino. Poco prima della cerimonia ha consegnato un audio al Nobel Institute, dove confermava la sua assenza e affermava: «Vi racconterò di persona, cosa abbiamo dovuto affrontare e quante persone hanno rischiato la vita per permettermi di arrivare a Oslo e sono loro molto grata».
È stata quindi la figlia, Ana Corina Sosa Machado, a ricevere il premio e a leggere il discorso di ringraziamento dell’oppositrice. Il premio è stato consegnato a Machado per tener «viva la fiamma della democrazia in un’oscurità crescente imposta dal regime di Nicolás Maduro». Il presidente venezuelano è accusato dalla sua avversaria di autoritarismo, violazione dei diritti umani e da gravi irregolarità sulla sua ri-elezione nel 2024. Machado era entrata in clandestinità nell’agosto 2024, pochi giorni dopo le elezioni presidenziali a cui le era stato impedito di candidarsi, nonostante il suo ampio gradimento popolare. La sua fuga rocambolesca era in programma da due mesi ed è stata organizzata da una rete venezuelana che ha già aiutato altri dissidenti ad andarsene. Questa volta, però, i responsabili della fuga hanno collaborato anche con i militari statunitensi e la Casa Bianca.
Una fuga rocambolesca sostenuta da Washington
Nel pomeriggio dell’8 dicembre, Machado è uscita di casa con indosso una parrucca ed è salita su una macchina. Ha passato dieci check-point militari senza essere riconosciuta e a mezzanotte ha raggiunto un piccolo paesino sulla costa. Da qui è salita su una barchetta da pesca, navigando nel mare dei Caraibi con condizioni di vento sfavorevoli. Per tre ore, Machado e il suo gruppo sono rimasti alla deriva nel Golfo del Venezuela, non riuscendo a raggiungere il punto di incontro prestabilito. Il mare agitato aveva fatto cadere in acqua il GPS e il dispositivo di riserva non funzionava. In un video “per dare la prova che fosse in vita” inviato alle autorità statunitensi, Machado recitava: «Mi chiamo María Corina Machado, sono viva, al sicuro e molto grata». Alla fine, la barca dell’oppositrice venezuelana è arrivata in un’isola e, da lì, un jet privato partito da Washington l’ha portata fino a Oslo. Bryan Stern, un ex veterano statunitense incaricato dell’estrazione, ha chiamato la missione “Operazione Dinamite d’Oro”, in riferimento al Nobel per la Pace e ad Alfred Nobel, inventore della dinamite.
Prima del viaggio in mare condotto da Machado e i suoi accompagnatori, i coordinatori della fuga avevano avvertito i militari statunitensi, chiedendo loro di non colpire la barca su cui viaggiava l’oppositrice premio Nobel. Negli ultimi mesi, infatti, la marina militare statunitense aveva bombardato circa 20 imbarcazioni nelle acque caraibiche, sospettate di trasportare droga, e ucciso circa 80 persone. Due jet della Marina statunitense hanno volato sopra al percorso della barca, sostenendo la fuga di Machado. La Casa Bianca era a conoscenza dell’operazione da tempo. Proprio questa vicinanza a Trump e alla sua amministrazione avevano portato a Machado non poche critiche, giudicata talvolta inadatta a ricevere premio autorevole come il Nobel per la Pace. «Penso che ogni paese abbia il diritto di difendersi. Nel caso del Venezuela, però, sono convinta che le azioni del presidente Trump siano state decisive per arrivare dove siamo oggi, cioè a un regime più debole che mai», ha affermato Machado durante la conferenza stampa tenutasi il giorno dopo il suo arrivo ad Oslo insieme al premier norvegese Jonas Gahr Støre. In relazione alla sua fuga, l’oppositrice venezuelana ha promesso che farà «tutto il possibile» per tornare nel suo paese, nonostante il rischio di essere arrestata. «Sono venuta qui per ricevere il premio a nome del popolo venezuelano e lo riporterò in Venezuela al momento opportuno», ha dichiarato.




