Il ritorno della Cina in Libia
Dopo dieci anni di attività temporanea fuori dal Paese, il 12 Novembre 2025 la Cina ha ripreso ufficialmente le attività diplomatiche a Tripoli, capitale della Libia. È il segnale che la Cina è ufficialmente tornata in Libia non più solo come spettatore prudente del caos post-Gheddafi, ma come attore intenzionato a stabilire legami economici in un Paese che cerca di rialzarsi e ricostruire.
Nel settembre 2024, Xi Jinping aveva già incontrato il Presidente del Consiglio Presidenziale Libico Mohamed al-Menfi. In occasione del Forum sulla Cooperazione Cina-Africa (FOCAC), i due leader avevano annunciato l’istituzione di un partenariato strategico nell’ambito della Belt and Road Initiative.
Questo approccio non è solo un esercizio di diplomazia, ma anche l’apertura di un dialogo che, attraverso progetti infrastrutturali e movimenti di capitali, mette di nuovo la Libia sulla mappa degli investimenti cinesi dopo più di un decennio di gelo.
Dopo la caduta di Gheddafi, la Cina aveva avvolto la Libia in una sorta di silenzio operativo. Prima del 2011 oltre trentamila lavoratori cinesi vivevano e lavoravano nel Paese; più di cinquanta grandi progetti quali strade, ferrovie, complessi residenziali, infrastrutture pubbliche, erano in mano a imprese di Pechino. Poi l’intervento NATO, il collasso del regime, l’evacuazione in fretta e furia di tecnici e personale, i cantieri abbandonati, i crediti congelati, una reputazione da ricostruire con tutti gli attori in campo.
Oggi la geografia politica libica è ancora frammentata, ma agli occhi di Pechino lo scenario è cambiato quel tanto che basta per tornare “in scena”. Dalla Tripolitania, sotto l’egida del governo riconosciuto, alla Cirenaica, in cui continuano a contare Haftar e gli sponsor regionali, la Cina prova a tessere rapporti che attraversano l’intero mosaico libico.
Per capire perché la Libia torni improvvisamente interessante bisogna guardare a tre piani intrecciati.
Il primo è quello energetico. La Libia dispone di alcune delle più grandi riserve di petrolio dell’Africa, con costi di estrazione relativamente bassi e un affaccio diretto sul Mediterraneo che, in termini logistici, significa tempi brevi e rotte relativamente sicure verso i mercati europei; un tassello molto appetibile in una strategia più ampia di diversificazione economica.
Il secondo piano è quello della ricostruzione. Il governo libico, pur in un quadro istituzionale instabile, ha lanciato iniziative come il piano “Return of Life” per riattivare strade, porti, reti elettriche, edilizia residenziale, infrastrutture urbane. Ed è esattamente su questo terreno che i grandi gruppi cinesi dell’ingegneria e delle costruzioni sono più competitivi. Costruiscono in fretta, su scala, offrendo schemi di finanziamento ibridi, in cui si mescolano fondi libici e contratti di costruzione gestiti da imprese pubbliche cinesi.
Il terzo piano è quello della Belt and Road 2.0. Inserire la Libia nel progetto della BRI, che coinvolge oltre 60 paesi, serve a Pechino per inserirsi strategicamente nella “sponda sud” del Mediterraneo chiudendo l’arco nordafricano che già coinvolge Egitto, Algeria, Marocco.
La Cina è stata abile a coltivare negli anni una postura “equidistante” con Tripoli e con Bengasi basata sul sostegno all’unità e alla sovranità libica e sul desiderio di contribuire alla stabilità e allo sviluppo mantenendo quella posizione di neutralità pragmatica che le consente di parlare con tutti senza sbilanciarsi troppo con nessuno. La Cina si presenta come partner economico di tutti, interessato più alle opere che alle alleanze militari.
La Cina decide di puntare sul “business” che non arriva con un singolo progetto, ma piuttosto con una costellazione di partneriati locali che consentono a Pechino di piantare bandierine economiche in tutti i centri di potere e di essere presenti in qualunque scenario di futuro riassetto istituzionale.
Per la Cina, la scommessa libica è parte di una traiettoria più ampia di proiezione nel Mediterraneo allargato. Un accesso privilegiato a risorse energetiche vicine ai mercati europei offre margini di manovra in un contesto internazionale sempre più competitivo. Ma conta anche la dimensione simbolica della presenza diplomatica. Pechino dimostra di saper entrare in uno spazio che l’Europa continua a definire “prioritario”, ma che fatica a gestire con una linea comune, e lo fa con il proprio strumento preferito, quello economico-finanziario.
Per Tripoli e Bengasi, il ritorno cinese significa anzitutto liquidità e capacità esecutiva in una fase in cui molte imprese occidentali restano prudenti. In un contesto frammentato, la possibilità di diversificare i partner è un vantaggio politico immediato, quello di poter giocare la carta cinese, accanto a Turchia, Russia, Emirati, Egitto, consente margini di negoziazione più ampi. Sul terreno, quello che conta di più per la popolazione sono però gli effetti concreti, che si traducono in nuove strade, ospedali ristrutturati, case, infrastrutture di base. Sono questi i segnali tangibili di una ricostruzione che la Cina promette di accelerare.
Tutto questo, tuttavia, non avviene nel vuoto. I rischi sono evidenti, a cominciare dall’instabilità politica e di sicurezza. Le istituzioni restano divise, le elezioni rinviate, le milizie continuano a esercitare un potere reale sul territorio. Qualunque grande cantiere deve fare i conti con check-point, negoziazioni non sempre trasparenti, il rischio di sabotaggi o sequestri. La memoria degli anni in cui tecnici stranieri venivano evacuati in fretta è ancora viva non solo a Pechino, ma anche nelle capitali europee.
C’è poi il nodo della governance economica. L’approccio cinese, spesso basato su contratti poco leggibili dall’esterno, alimenta timori di una nuova forma di dipendenza finanziaria. I casi di altri Paesi molto esposti ai crediti BRI vengono citati con frequenza dai critici del modello. In Libia, dove le istituzioni di controllo sono fragili e il sistema politico è ancora in transizione, la domanda su chi negozia cosa e a quali condizioni diventa cruciale.
Sul piano geopolitico, il ritorno della Cina si inserisce in un ecosistema già affollato. In Tripolitania la Turchia ha consolidato la propria presenza con accordi militari e infrastrutturali di lungo periodo. In Cirenaica la Russia ha costruito legami stretti, anche grazie alla presenza di contractor e asset militari. L’ingresso di Pechino come grande investitore economico può creare convergenze tattiche in quanto la Cina costruisce mentre altri garantiscono sicurezza, ma anche nuove competizioni sulle aree d’influenza.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la mossa cinese apre una partita delicata. Da un lato, molte delle infrastrutture che verranno realizzate in Libia avranno un impatto diretto su energia, migrazioni, sicurezza delle rotte commerciali nel Mediterraneo. Dall’altro, il rischio è quello di assistere da spettatori, lasciando a Pechino lo spazio per definire standard, priorità e condizioni di accesso. Il dilemma è se collaborare selettivamente con la Cina su alcuni progetti, magari usando strumenti europei per garantire trasparenza, oppure lavorare a iniziative alternative che offrano a Tripoli e Bengasi un’altra via alla ricostruzione.
Il rientro della Cina in Libia, insomma, è più di una nota di colore diplomatico. Segna il passaggio del Mediterraneo allargato a una fase pienamente multipolare, in cui il Paese che per anni è stato sinonimo di “dossier di crisi” torna a essere, agli occhi di Pechino, un mercato strategico su cui vale la pena rischiare.
Mentre la Libia cerca ancora una forma politica stabile, la Cina ha già iniziato a costruire infrastrutture e relazioni con le élite economiche e politiche. Quando “torna in business“, la logica cinese non è mai di brevissimo periodo. E nel gioco lungo del Mediterraneo, la partita libica è appena ricominciata.



