Stati Uniti d’America fra presente e futuro. L’intervista a Francesco Costa

Stati Uniti d’America fra presente e futuro. L’intervista a Francesco Costa
"Fonte: pagina FB Kamala Harris"

Dopo un mese senza dichiarazioni ufficiali, domenica scorsa Donald Trump è tornato a parlare durante un evento che annualmente viene organizzato da politici e attivisti della parte conservatrice del Partito Repubblicano; era un appuntamento che in molti aspettavano per capire di cosa avrebbe parlato il Tycoon, reduce dall’assoluzione nel processo di impeachment a suo carico.

I temi toccati dall’ex presidente sono stati pressoché i medesimi di quelli di mesi fa: dopo aver tessuto le lodi del suo operato alla Casa Bianca, ha attaccato duramente i Repubblicani che hanno fatto dichiarazioni contro di lui così come i comportamenti e le decisioni prese da Biden e dalla sua amministrazione, che secondo quanto dichiarato da Trump “[…] ha vissuto il peggior primo mese da presidente nella storia moderna”. È tornato inoltre a parlare del boicottaggio delle presidenziali di novembre accusando la Corte Suprema di non aver fatto abbastanza affinché questa cosa non accadesse.

Difficile dire quali saranno gli sviluppi di questa situazione. Ci siamo allora avvalsi dell’aiuto di Francesco Costa, giornalista vicedirettore del Post, autore della newsletter poi evoluta anche in un podcast dal titolo Da Costa a Costa, scrittore di “Questa è l’America. Storie per capire il presente degli Stati Uniti e il nostro futuro” e “Una storia americana. Joe Biden, Kamala Harris e una nazione da ricostruire” editi da Mondadori rispettivamente nel 2020 e il 19 gennaio 2021, per capire qualcosa di più di questo complesso quadro che negli ultimi mesi sembra sia diventato sempre più complicato.

Intervista

Cerchiamo di partire un po’ dagli inizi. Trump, come sappiamo è stata una figura molto controversa, che in più occasioni ha fatto discutere per le sue dichiarazioni spesso senza fondamento e per le decisioni prese. Nel tuo libro recentemente pubblicato hai scritto “Il potere non cambia le persone: le rivela per quelle che sono.”
Secondo quello che hai avuto modo di vedere, nei quattro anni alla Casa Bianca che tipo di Trump si è rivelato? Che eredità ha lasciato al suo successore?

La presidenza Trump ha accelerato gli stessi fenomeni e le stesse tendenze sociali di cui è stata figlia. Le diseguaglianze economiche si sono allargate. I problemi del sistema sanitario si sono aggravati. La riforma dell’immigrazione che negli Stati Uniti si attende da vent’anni non è stata approvata, e anzi sono state introdotte nuove leggi e regolamenti che hanno aumentato la violenza e la sofferenza al confine. Lo squilibrio commerciale con la Cina si è allargato invece che ridursi. Lo squilibrio nella tassazione tra ricchi e non ricchi si è allargato invece che ridursi.

La fragilità delle istituzioni è ulteriormente peggiorata, al punto che Trump ha cercato di restare al potere nonostante abbia perso le elezioni. Le discriminazioni e le violenze razziste contro le persone non bianche hanno trovato un paladino alla Casa Bianca, invece che un avversario. La crisi climatica è stata aggravata dall’inazione degli Stati Uniti all’estero e dall’attiva promozione delle fonti fossili da parte dell’amministrazione Trump. La scellerata gestione della pandemia ha gettato sale sulle ferite. La radicalizzazione che era già in corso nel paese è diventata ancora più estrema e pronunciata. Un paese che era già incattivito è diventato ancora più incattivito.

Non voglio dire che Trump abbia sbagliato tutto o fatto tutto male: c’è stata una riforma bipartisan della giustizia penale che è andata nella giusta direzione, gli Accordi di Abramo possono essere il primo passo verso un Medioriente più stabile, probabilmente era necessario che gli Stati Uniti prima o poi mettessero tutto sul tavolo nel loro rapporto con la Cina. Ma Trump si è mostrato clamorosamente impreparato e disinteressato all’incarico che ha avuto per quattro anni, facendo quindi grossi danni.

Il processo di impeachment di Trump, conclusosi con la sua assoluzione, tra le righe ci ha raccontato di un Partito Repubblicano profondamente diviso fra frange più estremiste e frange moderate; inoltre alcune figure importanti come quella di Mitt Romney – che nel 2012 fu scelto come candidato avversario di Barack Obama alle presidenziali – hanno scelto di allontanarsi dal Tycoon e votare a favore del procedimento giudiziario.
Ci puoi quindi spiegare cosa sta accadendo in questi mesi all’interno del Partito Repubblicano e come pensi che la situazione si risolverà?

I militanti conservatori nel corso degli ultimi vent’anni si sono radicalizzati, e nel tempo con i loro voti e il loro attivismo hanno trasformato il Partito Repubblicano in un partito di estrema destra. Lo mostrano i fatti, le proposte, le parole: e ci sono ormai anche diversi studi che mostrano quanto i Repubblicani americani abbiano ormai più cose in comune con i partiti europei di estrema destra che con i tradizionali partiti europei di centrodestra. L’establishment del partito, pur di non farsi spazzare via da questa ondata, ha provato a cavalcarla finendo per amplificarla. I media come Fox News hanno fatto il resto.

Il problema è che gli elettori del Partito Repubblicano in questo modo sono diventati sempre di meno. Dal 1988 a oggi soltanto una volta, una, il candidato Repubblicano alla Casa Bianca ha ottenuto la maggioranza nel voto popolare. Nelle elezioni alla Camera e al Senato accade lo stesso. Con Trump in soli due anni hanno perso la Camera, il Senato e la Casa Bianca: una cosa rarissima per un presidente in cerca della rielezione.

Capito adesso perché le battaglie politiche degli ultimi anni non riguardano la persuasione degli elettori ma lo stesso esercizio del voto, come il voto per posta o le false denunce di brogli? Il Partito Repubblicano è ostaggio di una base sempre più estremista: non possono farne a meno, perché da lì arrivano energie e denaro, e soprattutto perché sono lo zoccolo duro che decide tutte le primarie di partito; ma senza emanciparsene rischiano di rappresentare sempre e solo una minoranza degli elettori.

È impossibile dire come andrà a finire, ma suggerisco di cercare la risposta in quello che accadrà nel paese più che in quello che accadrà nel partito. Questi fenomeni politici sono causati da fenomeni sociali, culturali, economici, demografici.

Pensi che lo scontro interno al Partito Repubblicano potrà in qualche modo rafforzare la posizione di Biden e del Partito Democratico agli occhi degli Americani, anche di quelli che non lo hanno appoggiato con il voto?

Di nuovo, faccio fatica a prevedere il futuro, ma sicuramente è quello che è successo nel corso del 2020. È molto raro che un presidente uscente non ottenga la rielezione. E Joe Biden non era un candidato particolarmente forte. Eppure è finito per essere il candidato più votato della storia delle elezioni presidenziali americane, conquistando stati storicamente Repubblicani come la Georgia e l’Arizona, convincendo elettori storicamente Repubblicani come quelli delle periferie urbane.

Attenzione, però, perché anche Trump pur perdendo ha preso molti voti. E stare al governo è molto diverso da stare all’opposizione. Insomma, la posizione di Biden sarà rafforzata o indebolita da quello che Biden farà e non come presidente, credo, più che da quello che succederà ai suoi avversari.

Quali sono le grandi sfide che in questi anni dovrà affrontare come presidente degli Stati Uniti?

La pandemia e l’uscita dalla pandemia, innanzitutto. La colossale crisi economica causata dalla pandemia e la necessità di ricostruire un’economia diversa e migliore da quella del passato, meno feroce, più inclusiva, armonica e sostenibile. La devastante crisi climatica che continua a mostrare le sue conseguenze. Il razzismo sistemico che continua a determinare i destini delle persone sulla base del loro colore della pelle, per giunta in un paese che diventa ogni giorno che passa sempre meno bianco e quindi avverte sempre maggiore urgenza nel correggere queste diseguaglianze.

Ma la lista potrebbe continuare. Da vent’anni i problemi di questo paese non vengono affrontati e risolti, per un’incapacità strutturale della politica di prendere decisioni anche a fronte di grande impegno e buone intenzioni: e quindi si sono cronicizzati. Gli Stati Uniti attraversano per questo motivo uno dei momenti più complicati della loro intera storia.

La questione razziale è uno dei temi più controversi di questo Paese. Negli ultimi anni però abbiamo visto come, nonostante fatti di cronaca molto gravi, qualcosa stia cominciando o stia provando a cambiare. Ce ne hanno dato testimonianza il doppio mandato alla presidenza di Barack Obama, e oggi la vicepresidenza di Kamala Harris.
Si può riconoscere in questo il segno di un cambiamento a favore della comunità afroamericana e non? In una situazione ideale, che cosa potrebbe portare l’integrazione totale delle varie comunità alla società americana, culla del melting pot?

Sicuramente l’esistenza di queste figure è un enorme segno di cambiamento, e ancora lo più sono i mutamenti demografici della società americana. Presto le cosiddette “minoranze etniche” non saranno più minoranze: la loro voce non è mai stata così forte, le aziende non possono più ignorarli, la politica risente sempre di più di queste enormi trasformazioni.

Nonostante questo, quattro secoli di schiavitù e decenni di segregazione razziale lasciano un retaggio pesante nella cultura e soprattutto nelle leggi di un paese. Le cose da fare sono moltissime, e sono burocratiche, legislative, economiche. Ma non conosco nessuna società in cui esista una “integrazione totale delle varie comunità”, da nessuna parte del mondo. E quindi, anche negli Stati Uniti, non è che arriva un nuovo presidente e in quattro anni – ma nemmeno in quaranta – risolve il problema del razzismo. Si cerca di fare qualche passo nella giusta direzione.

Si sente molto parlare di quelle che saranno le elezioni del 2024. Realmente possiamo già farci un’idea di quelli che saranno i candidati alla corsa presidenziale? E ti faccio la domanda che probabilmente tutti si stanno già facendo, Trump si ricandiderà? Alcuni giornali scrivono che avrebbe già il consenso del 59% degli elettori repubblicani.

No, credo sia troppo presto per capire chi saranno i candidati. Molto dipenderà da quello che succederà nei prossimi anni, da quanto sarà veloce o lenta l’uscita dalla pandemia, dei problemi che incontrerà Biden.

Allo stesso modo, non possiamo dire se Trump si ricandiderà o no. Trump nei prossimi anni avrà enormi problemi giudiziari ed economici, e senza i social media e i poteri della presidenza farà molta fatica a restare rilevante e ottenere l’attenzione delle persone. Quello che è successo dopo le elezioni ha lasciato una cicatrice profonda nella società americana, anche tra gli elettori Repubblicani, che non sono estremisti come i militanti. Il 59 per cento dei consensi tra i soli elettori del suo partito (!) è un numero bassissimo e che prelude a sconfitte oceaniche. Ma appunto, in quattro anni possono cambiare molte cose.

All’interno del libro “Una storia americana” descrivi il presidente Biden come una persona di cuore, buona, che ha sovvertito l’idea di politica fatta con toni accesi e polemiche per lasciare spazio alla tolleranza  con “l’obiettivo fuori moda di ricomporre le fratture, indicando nella civiltà dei discorso pubblico, nella tolleranza e nei compromessi l’unica strada possibile verso il progresso”.
Pensi che questo atteggiamento possa essere l’”ancora di salvezza” degli Stati Uniti anche nel prossimo futuro?

Non lo so. Credo che se l’uscita dalla pandemia sarà ordinata e rapida, e Biden riuscirà a produrre un piccolo boom economico con la ripresa dopo un anno così doloroso, potrebbero crearsi le condizioni per approvare qualche altra riforma importante e in generale fare i conti con un paese un po’ meno incattivito e rabbioso di oggi. Da questo punto di vista, la vita di Biden, la sua umanità e il suo posto nella società americana potranno aiutarlo a trascinare credibilmente il paese verso un futuro più tranquillo e armonioso. È una delle ragioni per cui è stato eletto, d’altra parte.

Ma bisogna sempre tenere presente che parliamo di problemi che hanno origini profondissime, più che decennali, e riguardano gli americani prima che la politica americana. Nessun presidente in quattro anni cambia un paese più grande della Cina e con 320 milioni di abitanti, figuriamoci un presidente con poteri spuntati e un Congresso che non riesce a far niente perché bloccato dai veti incrociati. Il fallimento è una prospettiva concreta, al netto delle buone intenzioni. Sarà dura.

All’interno del tuo nuovo libro racconti come in alcune occasioni ci siano “politici in grado di trascendere più di un’era, in grado di svolgere la propria funzione di rappresentanza  anche in epoche e contesti molto diversi”? Secondo te, è presente oggi all’interno della classe mondiale una figura di spicco in grado di avere questo ruolo?

Ma certo, ce ne sono tanti. Biden è uno di questi, ma come lui molti altri. Lo stesso Romney, sempre per restare negli Stati Uniti, ha attraversato fasi e periodi molto diversi pur mantenendo credibilità personale e autonomia politica.

Ce ne sono anche in tanti altri paesi: prendi Mattarella in Italia, per esempio. Un uomo del Novecento che è stato in grado di trascendere più di un’era. Ma quello che accade in politica è sempre, sempre, sempre la conseguenza di quello che accade tra le persone, nella società, in un paese. Dovremmo guardare con molta più attenzione a quello, rispetto che ai politici, se vogliamo sapere chi siamo e in che direzione stiamo andando.

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