Industria 5.0, la ri-umanizzazione della corsa all’automazione
È definita la naturale evoluzione dell’Industria 4.0 e si basa su tre elementi: resilienza, sostenibilità e approccio human-centric.

La prossima era industriale è già cominciata?
Iniziamo con ciò che afferma il policy briefing della Commissione Europea (datato fine 2022) sul tema: “Nell’ultimo decennio, l’Europa ha gradualmente intensificato il suo impegno per la trasformazione industriale, soprattutto lavorando alla transizione verso la cosiddetta industria 4.0, un paradigma essenzialmente tecnologico, incentrato sull’emergere di oggetti cyber-fisici, che promette una maggiore efficienza grazie alla connettività digitale e all’intelligenza artificiale. Tuttavia, il paradigma dell’Industria 4.0, così come attualmente concepito, non è adatto allo scopo in un contesto di crisi climatica e di emergenza planetaria, né affronta le profonde tensioni sociali.” L’Industria 4.0, pertanto, secondo la Commissione, non sembra essere propriamente il framework adatto a raggiungere gli obiettivi europei del prossimo futuro. Al contrario, è strutturalmente allineato con l’ottimizzazione dei modelli di business e del pensiero economico che sono alla base delle minacce che stiamo affrontando. L’attuale economia digitale, basata su un modello “winner-takes-all” crea monopolio tecnologico e una “gigantesca disuguaglianza di ricchezza”. Secondo gli esperti, perciò, si continuano a trascurare tre dimensioni fondanti del processo industriale che, necessariamente, deve evolversi: alcune caratteristiche rigenerative della trasformazione industriale, una dimensione intrinsecamente sociale e una dimensione ambientale obbligatoria. Il primo elemento abbraccia le idee di economia circolare, la dimensione sociale richiede un impegno nei confronti del benessere dei lavoratori, mentre una trasformazione prettamente ambientale è necessaria per promuovere uno sviluppo sostenibile che elimini (o, quantomeno, ne limiti fortemente) l’uso dei combustibili fossili.
Le caratteristiche dell’industria 5.0
Secondo Marina Ruggieri, IEEE fellow e docente di telecomunicazioni all’Università di Roma Tor Vergata, il paradigma dell’Industria 5.0 si baserà sulla pervasività di tre pilastri principali: connettività, conoscenza e rilevamento intelligente. In questa visione, non c’è un vero e proprio punto di rottura con la precedente industria, ma la 5.0 si porrebbe così come complemento dell’industria 4.0, potenziando in modo significativo la forza lavoro. Industria 5.0 porta lavoratori altamente qualificati e robot collaborativi (cobot) a lavorare fianco a fianco, aumentando il valore che ciascuno porta alla produzione. I cobot sono versatili, facilmente programmabili, sicuri e intuitivi da usare. Più precisamente un robot collaborativo, o “cobot”, è un robot che lavora a fianco di un essere umano come guida o assistente. A differenza dei robot autonomi che, una volta programmati, lavorano in modo indipendente, i robot collaborativi sono progettati per rispondere esclusivamente alle istruzioni e alle azioni umane. Il rapporto cobot/umano è, pertanto, sinergico, in cui i punti di forza innati sia degli esseri umani che delle macchine sono riuniti per compiere compiti o processi specifici. Alla base di Industria 5.0 c’è anche questa collaborazione tra esseri umani e cobot, che può aiutare a sbloccare l’innovazione. In quali campi aiuterebbe la sinergia essere umano-cobot? Per esempio nella moda degli stilisti, in cui i cobot possono essere incaricati di raccogliere, tagliare, tenere o anche cucire tessuti mentre i designer li disegnano e li drappeggiano su un modello 3D di un manichino in un computer o in un set VR. Molto avanti in questo senso è il settore automobilistico, già da qualche anno utilizzatore di tecnologie cobot, usandole come componenti critici nelle linee di assemblaggio. Automatizzando compiti ripetitivi e pericolosi come saldatura, assemblaggio e pittura, gli esseri umani vengono liberati per dedicarsi a compiti più complessi oltre ad operare e mantenere i robot. Ciò include l’affiancamento di esseri umani e cobot in compiti di garanzia della qualità, in cui la “visione robot” può individuare autonomamente difetti o vizi non immediatamente visibili all’occhio umano.

Le dichiarazioni di Urso e il legame con il Pnrr
Il ministro delle Imprese e Made In Italy Adolfo Urso, intervenendo in collegamento con Family Business Forum, ha commentato così la possibilità della transizione al 5.0: “Utilizzeremo i fondi che provengono dalla revisione dei capitoli di bilancio del Pnrr e del RepowerEu. Porremo presto un confronto aperto con la Commissione Ue”. Stando alle dichiarazioni di Urso, perciò, dovrebbero essere stanziati ulteriori 175 milioni sui già 4 miliardi di euro di risorse europee approvati. Per realizzare questo passaggio, si pensa, dovremmo aspettare che finisca il confronto con la Commissione europea per capire di quante risorse precise poter disporre. Parallelamente, il MADE Competence Center Industria 4.0, uno dei centri di competenza riconosciuto come soggetto attuatore degli interventi di trasferimento tecnologico del PNRR, ha pubblicato un nuovo bando da 12,5 milioni di euro destinato alle aziende manifatturiere italiane che desiderano investire in innovazione di processo e di prodotto attraverso l’adozione di tecnologie digitali. Questo comporterà il fatto che le imprese potranno beneficiare di contributi a fondo perduto fino al 70% dei costi/spese sostenuti e a un importo massimo di 400 mila euro per progetti di ricerca industriale, studio di fattibilità e sviluppo sperimentale nelle aree della progettazione, ingegnerizzazione di prodotto, gestione della produzione, consegna e fine ciclo di vita del prodotto. Fino al 31 dicembre 2024, quindi, salvo esaurimento anticipato delle risorse disponibili, sarà possibile presentare la propria richiesta sul sito per accedere alle competenze e alle infrastrutture tecnologiche offerte dal MADE.




