Il ritiro degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC non vuol dire solo petrolio
La recente decisione degli Emirati Arabi Uniti di uscire dall’OPEC, un tempo potentissimo cartello di produttori di petrolio, è stato frutto di anni di riflessione, principalmente dovuta a una divergenza di realtà economiche.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno da sempre sviluppato un’economia meno dipendente dal petrolio rispetto all’Arabia Saudita, leader de facto dell’OPEC, e di conseguenza avrebbero voluto un approccio diverso nel confronto di prezzo del greggio e livelli di produzione del petrolio.
Gli analisti ritengono che la guerra con l’Iran, che ha portato al temporaneo rialzo dei prezzi del petrolio, abbia creato per Abu Dhabi l’opportunità attesa da tempo per compiere questo passo senza provocare il crollo dei prezzi.
Sebbene questa analisi indichi fattori concreti, tralascia un elemento chiave della decisione e una delle sue più significative ripercussioni geopolitiche: gli Emirati Arabi Uniti si stanno distaccando non solo dall’OPEC, ma anche da molto dei loro vicini.
Abu Dhabi sta da tempo elaborando un nuovo quadro di sicurezza regionale che la pone in contrasto con ex alleati come l’Arabia Saudita, ma la guerra con l’Iran ha dato un’accelerata a questa tendenza.
Le ripercussioni continueranno a farsi sentire in tutta la Regione anche dopo la fine del conflitto.
Dopo che Stati Uniti e Israele a fine febbraio hanno lanciato la loro offensiva sull’Iran, il Paese ha risposto con attacchi missilistici e con droni contro gli alleati e partner statunitensi nel Golfo, colpendo in particolare gli Emirati Arabi Uniti.
Secondo Abu Dhabi, i suoi alleati, in particolare quelli nel Consiglio di Cooperazione del Golfo e nella Lega Araba, non hanno reagito in modo adeguato alle azioni dell’Iran.
Di conseguenza, i leader emiratini ora hanno una visione molto diversa di quella dei loro vicini riguardo alla minaccia rappresentata dall’Iran e a come affrontarla il futuro.
I dissidi con l’Arabia Saudita covano in realtà da tempo.
Abu Dhabi e Riyad hanno appoggiato fazioni rivali nei conflitti in Yemen, Sudan e Libia. Ma è stata la guerra contro l’Iran e gli attacchi incessanti di Teheran contro siti militari e infrastrutture civili degli Emirati, a provocare una frattura più netta.
L’Iran ha lanciato oltre 2.000 droni e missili contro gli Emirati Arabi Uniti, più che contro qualsiasi altro Paese. La non azione dei suoi alleati ha deluso molto la monarchia.
Di conseguenza, gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di intraprendere una strada indipendente.
Questo gli ha portati a ritirarsi dall’OPEC e ridimensionare i legami con il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), rafforzando al contempo i rapporti con gli Stati Uniti e Israele.
Tuttavia, le considerazioni economiche hanno giocato un ruolo fondamentale nei nuovi calcoli degli EAU.
Come ha dichiarato l’ambasciatore emiratino a Washington, Youssuf al-Otaiba, al Financial Times, “l’OPEC è stata creata per gli Stati indipendenti dal petrolio. Gli Emirati Arabi Uniti non lo sono più da molto tempo”.
Secondo il governo emiratino, tre quarti del PIL del Paese derivano ora da settori non petroliferi, tra cui la logistica, l’aviazione, il turismo e l’Intelligenza Artificiale.
Al contrario, l’economia saudita rimane più dipendente dagli idrocarburi, nonostante il governo investa massicciamente nella sua diversificazione.
I settori non petroliferi rappresentano solo circa il 56% della produzione economica. Ciò significa che Riyad ha bisogno di prezzi del petrolio elevati – il greggio Brent a 90 dollari a barile o anche di più – per coprire le sue esigenze di bilancio.
Per sostenere i prezzi, cerca di limitare l’offerta.
Per gli Emirati Arabi Uniti, sotto l’egida dell’OPEC questo significava mantenere inutilizzata circa un terzo della propria capacità produttiva, mentre loro avrebbero preferito mantenere prezzi più bassi e stimolare così l’economia globale con la quale intrattengono numerosi rapporti commerciali.
Per gli osservatori c’è un’altra differenza tattica riguardo alla guerra con l’Iran e al petrolio.
Mentre Abu Dhabi credeva nella necessità di annientare Teheran, Riyad temeva che una forza militare decisiva avrebbe spinto Teheran ad attivare i suoi alleati Houti in Yemen e a bloccare il transito attraverso il Mar Rosso, come l’Iran aveva già fatto per Hormuz.
Un blocco del Mar Rosso avrebbe interrotto l’oleodotto East-West Pipeline dell’Arabia Saudita, la sua principale alternativa per aggirare le esportazioni attraverso lo stretto.
Nel suo articolo al Financial Times, al-Otaiba si è concentrato sull’economia. Ma in un precedente articolo pubblicato sul Wall Street Journal, aveva rivelato un altro aspetto della strategia portata avanti dal suo governo. “La rivoluzione iraniana è una minaccia per la sicurezza globale”, aveva dichiarato, aggiungendo che “un semplice cessate il fuoco non è sufficiente. Abbiamo bisogno di una soluzione definitiva che affronti l’intera gamma delle minacce iraniane”.
Ciò contrasta nettamente con la posizione dell’Arabia Saudita, che secondo quanto riferito avrebbe negato a Washington l’utilizzo delle basi e dello spazio aereo necessari per mantenere un’operazione di scorta alle navi bloccate nello Stretto di Hormuz e potenzialmente rompere o quantomeno allentare il blocco.
La nuova posizione degli Emirati Arabi Uniti è stata espressa in modo molto chiaro da Anwar Gargash, uno dei principali consiglieri del Presidente Mohammed bin Zayed.
Durante un recente evento governativo a Dubai, Gargash ha partecipato a un panel dal titolo eloquente: “Rivalutare le alleanze in tempi di tensione”.
Gargash ha attaccato duramente l’Iran, sostenendo che gli attacchi contro gli Emirati Arabi Uniti erano premeditati, frutto di un’attenta pianificazione piuttosto che di una rappresaglia spontanea.
Ha inoltre definito le migliaia di missili e droni puntati contro gli EAU un punto di svolta decisivo, che impone una rottura definitiva con la politica di lunga data degli Emirati, basata sul dialogo, la de-escalation e la diplomazia con l’Iran.
In futuro, ha affermato, non si potrà più affrontare l’Iran nello stesso modo del passato.
Se Gargash riflettesse veramente l’attuale pensiero della famiglia regnante – e ci sono tutte le ragioni per crederlo – le politiche degli Emirati Arabi Uniti stanno prendendo una strada diversa da quelle dell’Arabia Saudita e forse anche da quelle di altri strategicamente importanti Paesi vicini, tra cui il Qatar.
Le critiche di Gargash non si limitano ai rapporti con l’Iran.
Ha rivolto parole dure anche nei confronti del Consiglio di Cooperazione del Golfo e alla Lega Araba, accusando entrambi di non aver agito in modo proporzionale alla portata dell’aggressione iraniana.
Per molti analisti è evidente che la guerra sta determinando un riallineamento strategico nella Regione.
Uno dei pochi Paesi che ha inviato armi difensive e soldati agli Emirati Arabi Uniti, è stato Israele.
Consentire al personale militare israeliano di operare sul suolo emiratino era una questione delicata, ma difendersi dalle armi iraniane era una priorità impellente.
Un funzionario emiratino ha dichiarato ad Axios che la crisi “è stata un momento davvero illuminante per capire chi sono i nostri veri amici”.
In un articolo scritto per l’Arab Gulf States Institute, Tareq Alotaiba, ex membro del consiglio di sicurezza nazionale degli Emirati Arabi Uniti, ha dichiarato che Israele è stato uno dei Paesi che “si sono fatti avanti per fornire aiuto concreto agli Emirati Arabi Uniti”.
È stata la prima volta che il sistema antimissile Iron Dome veniva inviato a un altro Paese.
Pare che Israele abbia anche dispiegato negli Emirati altri armi avanzate, tra le quali l’Iron Beam, una versione laser del sistema di difesa missilistica Iron Dome.
Sebbene Israele rimanga un attore fondamentalmente controverso nella Regione, gli Emirati Arabi Uniti stanno rafforzando i legami instaurati per la prima volta con gli Accordi di Abramo.
In un contesto di crescenti rapporti tra i due Paesi, il Presidente Mohammed bin Zayedha avuto pochi giorni fa un colloquio telefonico quasi inedito con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
La decisione degli Emirati Arabi Uniti di abbandonare l’OPEC ha rappresentato ben più di una semplice dichiarazione di indipendenza economica.
Si è trattato di un profondo cambiamento nella loro strategia, un cambiamento che rimarrà nella storia come una conseguenza permanente della guerra con l’Iran.



