Tre perle su Raiplay
Tre storie di un’Italia rituale,magica e antica
Capri Revolution di Mario Martone, uscito nel 2018, è un film che non racconta una storia in senso tradizionale, ma dipinge un’epoca di passaggio, un’isola sospesa tra due mondi. Siamo nel 1914, a Capri. L’Europa è sull’orlo della Prima Guerra Mondiale, ma sull’isola il tempo sembra scorrere diverso. È qui che si incontra la Capri contadina, fatta di fatica e superstizione, con la Capri dei corpi liberi, degli artisti e dei rivoluzionari venuti dal Nord Europa.
Protagonista è Lucia, una giovane contadina che lavora la terra. Il suo corpo è abituato alla fatica, al sole, al silenzio. La sua vita è scandita dalle stagioni e dalle regole della comunità. L’arrivo di un gruppo di giovani stranieri, guidati dal medico tedesco Seybu, rappresenta una frattura. Sono naturisti, vegetariani, parlano di pace, di libertà, di rivoluzione del corpo. Vivono nudi, fanno ginnastica all’alba, rifiutano la guerra. Per loro Capri è un’utopia, un luogo dove sperimentare un modo di vivere alternativo.
Martone costruisce il film come un quadro in movimento. La fotografia esalta la luce abbagliante dell’isola, il mare, le rocce, i corpi. Capri non è solo uno sfondo, è un personaggio. È bellezza selvaggia e insieme chiusura mentale. La regia è lenta, contemplativa, fatta di ellissi e di silenzi. Non ci sono grandi colpi di scena. La “rivoluzione” del titolo non è politica, è interiore. È la rivoluzione di Lucia, che per la prima volta vede un’alternativa alla sua vita.
Il conflitto centrale è tra natura e cultura, tra libertà e tradizione. I giovani del Nord portano idee nuove, ma sono anche ingenui e un po’ coloniali nel loro sguardo sull’isola. Gli abitanti di Capri li vedono con sospetto: sono “pazzi”, “senza Dio”. Lucia si trova in mezzo. È attratta da quella libertà, dal modo in cui quei ragazzi parlano del corpo senza vergogna. Eppure il suo mondo la richiama. Il film non dà risposte semplici. Non dice che i rivoluzionari avevano ragione e i contadini torto. Mostra lo scontro e la difficoltà di far dialogare due visioni del mondo.
Fondamentale in questo percorso è la colonna sonora, costruita su due registri opposti. Per quasi tutto il film domina la musica strumentale di SASHA PUTRY: pianoforte e archi minimali, ipnotici, che sospendono il tempo. Brani come “Lucia” e “Revolution” avvolgono i paesaggi di Capri e accompagnano la ricerca di libertà dei giovani, dando al film un tono onirico e malinconico.
La rottura avviene a metà film e nel finale con “Aracneae” di APPARAT. A metà, il brano accompagna il “volo psichedelico” di Lucia: la regia si fa vorticosa e la musica elettronica, pulsante, segna l’uscita dal reale e l’ingresso in una dimensione altra. Nel finale, Aracneae torna per sancire la fine dell’utopia. Se Putrya è il sogno, Apparat è la sveglia: il suono cupo e ripetitivo che riporta la storia nel 1914 e annuncia l’arrivo della guerra.
Come osserva l’antropologia, ogni tradizione ha bisogno di “falle” rituali per rigenerarsi: gli antichi ricorrevano alla psichedelia sciamanica non per fuggire, ma per rinegoziare con il sacro le regole della comunità. Dai culti misterici greci alle pratiche amazzoniche, l’alterazione della coscienza è sempre stata un anticrigi culturale: un varco controllato dove l’ordine sociale si rompe per poi ricomporsi. La scena di Lucia con Aracneae è proprio questo: un rito moderno, senza comunità che lo contenga, e per questo destinato a infrangersi.
Il finale è amaro e coerente. La rivoluzione non trionfa. La guerra arriva, i giovani se ne vanno, Lucia resta con le sue scelte e con il peso di ciò che ha visto. Martone non celebra l’utopia, ma ne mostra la bellezza e la fragilità. Ci dice che ogni rivoluzione, anche quella del corpo, si scontra con la storia, con le radici, con la realtà.
In conclusione, Capri Revolution è un film che parla al presente. Oggi come nel 1914 ci chiediamo cosa significa essere liberi, quanto il corpo ci appartiene, quanto le tradizioni ci proteggono e quanto ci imprigionano. Grazie anche al contrasto tra la musica di Sasha Putrya e Aracneae di Apparat, il film resta impresso come un sogno a occhi aperti: bello, malinconico, e impossibile da dimenticare.
Il Re Granchio
Il Re Granchio di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, uscito nel 2021, è un film-favola che mescola realtà, mito e leggenda. Siamo tra la Maremma toscana e la Patagonia argentina tra fine ‘800 e inizio ‘900. È la storia di Luciano, un uomo nato “storto”, cacciato dal suo paese e dalla sua comunità, che diventa leggenda vivente.
Protagonista è Luciano, un bracciante toscano di mezza età, alcolizzato, violento eppure tenero. È un reietto. La comunità lo usa e lo scarta. Dopo un omicidio, scappa e finisce in Argentina, trascinato dalla promessa di una terra dove ricominciare. Lì conosce un altro esiliato: il “Re Granchio”, un uomo misterioso che vive ai margini e conosce i segreti della terra. Tra i due nasce un rapporto strano, fatto di alcol, racconti e sopravvivenza.
Rigo de Righi e Zoppis girano il film con un’estetica da favola popolare. La fotografia è sporca, calda, con colori della terra e del fuoco. I paesaggi della Maremma e della Patagonia sembrano usciti da un quadro naif. La regia alterna realismo e invenzione: non sappiamo mai dove finisce la memoria e dove inizia la leggenda. Il tono è epico ma ironico, tragico ma fiabesco.
Il conflitto centrale è tra emarginazione e comunità, tra uomo e natura, tra leggenda e verità. Luciano è respinto dall’Italia e cerca riscatto in Argentina, ma porta con sé gli stessi demoni: l’alcol, la violenza, il bisogno di appartenere. Il Re Granchio è sia il soprannome dell’altro uomo, sia il simbolo di una forza primordiale, istintiva, che vive ai confini della civiltà. Il film non giudica Luciano. Lo racconta come si racconta una ballata: esagerando, cantando, inventando.
Fondamentale è la dimensione orale. Il film nasce da racconti popolari raccolti dai registi. I narratori che interrompono la storia, le canzoni, le leggende servono a ricordare che questa non è “la” verità, ma “una” verità tramandata.
La colonna sonora di GATTO CILIEGIA CONTRO IL GRANDE FREDDO segue questa logica. È fatta di strumenti acustici, fisarmonica, percussioni, cori che sembrano canti da osteria e da rito. A questa si aggiunge ”C’era una bella”, canzone popolare toscana cantata nel film da Eliana Migliaccio. Con il suo testo che parla d’amore e di bocca rossa, la canzone riporta subito all’atmosfera della Maremma di fine ‘800: taverne, balli, comunità che si raccontano cantando. La musica non commenta, accompagna. Nei momenti in Maremma è ruvida e terragna. In Patagonia diventa più aperta, ventosa, epica. Quando Luciano racconta di sé, la musica si fa ballata. Quando la storia scivola nel mito, la musica si fa ipnotica e ciclica, come un giro di danza.
Come osserva l’antropologia, ogni comunità ha bisogno di figure ai margini per definire se stessa. Il “folle”, l’ubriaco, il criminale sono le “falle” attraverso cui una società espelle ciò che non controlla. Ma sono anche i depositari della memoria. Luciano è questo: un reietto che diventa mito. La sua storia, raccontata e ri-raccontata, serve alla comunità per esorcizzare la paura della diversità e per tenere vivo il ricordo di chi è partito. L’emigrazione, l’alcol, la violenza diventano materia di leggenda, e così smettono di fare solo male.
Il finale è aperto e ambiguo. Non sappiamo quanto di Luciano sia vero e quanto inventato. Forse è morto, forse è diventato davvero il Re Granchio. I registi ci lasciano con questa domanda: le leggende servono a dire il vero o a nasconderlo?
In conclusione, Il Re Granchio è un film che parla di radici e di esilio. Di come gli uomini scappano per trovare fortuna e si portano dietro se stessi. È una favola per adulti, sporca e poetica, che ci ricorda che ogni comunità ha bisogno dei suoi “mostri” per raccontarsi. E che a volte, per sopravvivere, bisogna diventare leggenda.
La Chimera
La Chimera di Alice Rohrwacher, uscito nel 2023, è un film che cammina sul confine tra favola e realtà. Siamo in Toscana negli anni ’80, in un’Italia di provincia dove il boom economico non è mai arrivato davvero. È la storia di Arthur, un archeologo inglese con il dono di “sentire” le tombe etrusche sotto terra.
Protagonista è Arthur, interpretato da Josh O’Connor. Torna in Italia dopo essere uscito di galera. È pallido, perso, con lo sguardo sempre altrove. L’unico legame che lo tiene al mondo è il ricordo di Beniamina, una ragazza scomparsa. Arthur vive con un gruppo di tombaroli, ragazzi che scavano di notte per rubare reperti etruschi e venderli. Per loro scavare è lavoro, sopravvivenza. Per Arthur è qualcos’altro: è l’unico modo per parlare con i morti e con Beniamina.
Rohrwacher gira il film come una fiaba malinconica. La fotografia di Hélène Louvart è calda, polverosa, con i colori della campagna toscana e delle case piene di oggetti. La regia è lenta, piena di ellissi e salti temporali. I personaggi sembrano usciti da un racconto popolare: la madre di Beniamina che fa la medium, la banda di tombaroli goffi, le donne che cantano. Il tono oscilla tra comicità, tenerezza e dolore.
Il conflitto centrale è tra passato e presente, tra sacro e mercato, tra vivi e morti. Gli anni ’80 italiani sono l’epoca del “tutto subito”, ma questi personaggi vivono di scavo. Letteralmente: tirano fuori dal terreno la bellezza degli Etruschi per venderla ai ricchi. Arthur invece non vuole vendere. Lui vuole restituire. Il suo dono è una maledizione: sente il vuoto delle tombe, sente i morti che chiamano. _La Chimera_ del titolo è proprio questo: l’illusione di poter far tornare chi non c’è più. Beniamina è la chimera di Arthur.
Fondamentale è il rapporto con la terra e con la memoria. Rohrwacher mostra una Toscana che non è quella dei turisti, ma quella dei paesi vuoti, delle feste di paese, delle tradizioni che resistono.
La colonna sonora alterna musiche originali e canti popolari. Le canzoni italiane degli anni ’80, i valzer, le musiche da festa si mescolano a un sound più sospeso e onirico. La musica accompagna sempre Arthur nei suoi “tuffi”: quando si lascia cadere nelle visioni e attraversa il confine tra vivi e morti. Non c’è un brano elettronico di rottura. Qui la musica è circolare, ipnotica, come il movimento dello scavare. Serve a tenere insieme il tempo dei vivi e il tempo dei morti.
Come osserva l’antropologia, ogni cultura ha i suoi riti per trattare con gli antenati. Gli Etruschi mettevano gli oggetti nelle tombe perché i morti potessero “vivere”. I tombaroli li tirano fuori per farli “vivere” nel mercato. Rohrwacher ci chiede: chi ha più rispetto? Quelli che li vendono o quelli che li lasciano sotto terra? Arthur è l’unico che cerca una terza via: non possedere, ma ascoltare. Il suo scavare è un rito moderno, disperato, senza comunità che lo riconosca. Per questo è destinato a fallire.
Il finale è dolceamaro. Arthur capisce che Beniamina non tornerà. La chimera svanisce. Ma nel momento in cui smette di cercarla, riesce finalmente a vederla. Rohrwacher non dà risposte. Lascia lo spettatore con la bellezza e la perdita.
In conclusione, La Chimera è un film che parla di nostalgia. Di come in Italia cerchiamo sempre il passato per capire il presente. È una favola per adulti sulla perdita, sull’amore e sul valore delle cose che non si possono vendere. Ci ricorda che la vera ricchezza non è quella che si scava, ma quella che si custodisce.
Rai play ci offre tre spaccati di un Italia magica, piena di leggi antiche e misteri.
Tre film da vedere , tre film cuciti per sognare.




