Francesco Guccini, storia di un cantautore lontano dalle mode
Viene a mancare questa mattina, all’età di 86 anni, la voce che ha narrato con ironia amara la generazione del boom economico, la prima repubblica, il ‘68: Francesco Guccini. Immortale nell’Olimpo del cantautorato italiano, distante e quasi alieno alle starlette sanremesi, abbandona un pubblico che, nonostante le critiche, è rimasto affascinato dalle sue parole. Ha passato i suoi ultimi momenti a Pavana, nella provincia di Pistoia, circondato dai suoi affetti.
L’avvelenato
A rendere Guccini il genio musicale che conosciamo oggi, come narra nelle sue canzoni: “sian stati i libri o il mio provincialismo”. Nella sua carriera non ha mai rinnegato la sua provenienza provinciale, appartenente alle campagne dell’Emilia-Romagna, distante anni luce dalla scena romana o la tradizione milanese.
Nell’adolescenza decise di iscriversi alle magistrali, come molti ragazzi studiosi ma provenienti da un’estrazione sociale umile, scuola che lui stesso definiva il liceo dei poveri e degli indecisi. Guccini passò mesi, anni, prima di trovare la sua strada nel mondo della musica. Tentò la carriera di insegnante a Pesaro, in un collegio dove presto venne licenziato. Scrisse per un breve periodo alla Gazzetta di Modena, cronaca giudiziaria, avrebbe descritto i suoi giorni in redazione come: “massacrante, dodici ore di lavoro al giorno per ventimila lire al mese”.
Prestò servizio militare a Lecce, si iscrisse alla facoltà di lingue a Bologna, ma tutto sembrò più chiaro all’interno di una balera. Era la chitarra all’interno di un’orchestra in cui facevano parte Victor Sogliani, membro della band modenese Équipe 84 e il suo futuro produttore, Pier Farri.
Dalle balere a Via Paolo Fabbri
Nei primi approcci con lo showbusiness e le case discografiche, Guccini doveva ancora scoprire la sua identità di artista. Gli proposero di andare a Sanremo come autore della parte musicale del brano Una storia d’amore, ma senza passare i casting. D’allora, cestinò diverse canzoni per la vergogna, fino al suo debutto con l’album Folk Beat n.1.
Inizialmente di bassissima popolarità per le tematiche tragiche, come nel caso del brano Auschwitz dove la più grande tragedia dell’umanità si è trasformata in un viaggio emotivo, profondamente personale: “È strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento”. Pochi mesi dopo, proprio Auschwitz lo portò alla popolarità televisiva, quando venne invitato a cantarla allo show televisivo di Caterina Caselli, presentato con Giorgio Gaber. Quest’ultimo lo avrebbe lodato, dicendo ai bolognesi: “uno che è riuscito a scrivere 13 strofe su una locomotiva, può scrivere davvero di tutto”.
Da lì, l’ascesa al successo. Mentre la RAI censurava il suo brano Paolo VI, Radio Vaticana lo trasmetteva a tutte le ore del giorno. Lontano dai riflettori, registrava i suoi album a Osteria delle Dame, perché i soggetti della sua musica era ciò che lo circondava. Via Paolo Fabbri 43, album che descrive la sua vita bolognese contenente L’Avvelenata, un autoritratto, e Il Pensionato, la triste storia di un suo vicino di casa. Guccini era più di un musicista, tanto che lo scrittore Umberto Eco ne parlava così: “Guccini è forse il più colto dei cantautori in circolazione: la sua è poesia dotta, intarsio di riferimenti”.
Con la sua scomparsa si chiude uno dei capitoli più importanti della musica italiana, ma le sue parole continueranno a vivere nelle piazze, nelle osterie e nelle cuffie di generazioni di ascoltatori, ricordando che una canzone può e può diventare memoria, coscienza e identità.




