Belve Crime 2026: Raffaele Sollecito e la memoria di un caso che divide ancora
Nella seconda puntata di Belve Crime, lo studio accoglie Raffaele Sollecito, figura al centro di uno dei casi giudiziari più mediatici della cronaca nera italiana e internazionale: l’omicidio della studentessa britannica Meredith Kercher. Nel corso dell’intervista, Sollecito racconta l’impatto duraturo dell’immagine pubblica di colpevolezza, che lo ha accompagnato nonostante l’assoluzione definitiva. Spiega come questa narrazione abbia inciso profondamente sulla sua vita personale e professionale.
Il caso giudiziario e mediatico
È martedì sera e su Rai 2 l’attenzione è tutta per una delle interviste più attese di Belve Crime: quella a Raffaele Sollecito, figura rimasta al centro di uno dei casi di cronaca nera più discussi a livello italiano e internazionale, l’omicidio di Meredith Kercher nel 2008.
Nel dialogo con Francesca Fagnani, lo studio ripercorre le tappe della vicenda giudiziaria e della costruzione mediatica del caso, inclusi i passaggi controversi e le incongruenze emerse nelle dichiarazioni dell’epoca, che contribuirono ad alimentare l’ipotesi di colpevolezza. Sollecito, da parte sua, ribadisce di essere stato sottoposto a forti pressioni psicologiche e intimidazioni durante gli interrogatori.

Raffaele Sollecito con la conduttrice Francesca Fagnani durante l’intervista a Belve Crime.
Foto: dire.it
Ampio spazio viene dedicato anche al suo rapporto con Amanda Knox, allora sua fidanzata e co-indagata, al centro di una forte attenzione mediatica che ha spesso interpretato la loro condotta come “fredda”, contribuendo – secondo la narrazione dell’epoca – ad orientare l’opinione pubblica verso la loro colpevolezza. Un’etichetta che, sostiene Sollecito, ha continuato a pesare negli anni.
Le difficoltà professionali e personali
Sul piano personale e professionale, racconta le difficoltà legate allo stigma mediatico: contratti lavorativi interrotti una volta emerso il suo passato giudiziario e una percezione pubblica ancora fortemente divisa, sintetizzata nella sua affermazione: “sette italiani su dieci pensano ancora che io sia colpevole”. Non mancano riferimenti alla sfera privata, segnata da relazioni condizionate dall’esposizione mediatica del caso e da dinamiche spesso distorte dalla notorietà della vicenda. Come lui stesso dichiara, molte ragazze erano interessate a lui proprio perché poteva essere colpevole.
Oggi Sollecito convive con lo stigma della colpevolezza, anche dopo la sua assoluzione definitiva. Tuttavia, afferma di essere impegnato nel ricostruire una vita lontana dai riflettori, pur portando ancora il peso di una storia giudiziaria e mediatica che continua a seguirlo. Non esclude un futuro contatto con la famiglia Kercher – che lui stesso ha tentato – ma di cui finora non ha ricevuto nessun riscontro.




