Che sbatti! Si, ma non ditelo ai Paper Walls. Intervista a Nicola Renigaldo
I Paper Walls, giovedì 19 febbraio, presentano in anteprima a Roma, al Charleston Club, il nuovo EP dal titolo Che Sbatti (B Music Records). Ma tranquilli, già dal 20 febbraio la loro musica sarà disponibile per tutti sulle principali piattaforme. Grazie al producer V_Rus, che ci aveva già fatto scoprire artisti del calibro di Etta, siamo adesso pronti ad accogliere, dopo un lungo tour europeo, il ritorno dei Paper Walls. Noi di 2duerighe abbiamo scambiato due chiacchiere con Nicola Renigaldo, chitarrista e compositore che, insieme a Sonia Belvedere (cantante e autrice), Angelo Pipoli (batterista) e Matteo Renigaldo (bassista) formano questa band punk-rock davvero disarmante.

Che Sbatti è un’opera senza filtri, con un linguaggio schietto e privo di fronzoli che muove contro le prigioni della nostra mente, della società e dell’alienazione digitale. Un lavoro che alterna sfogo e introspezione, lanciando un grido d’aiuto che è voce strozzata di un’intera generazione.
Ciao Nicola e bentrovato! Dopo anni di attività, un tour europeo e diversi singoli, che cosa rappresenta Che Sbatti per i Paper Walls: un punto di svolta, una sintesi del percorso fatto finora o un nuovo inizio?
Per noi è un punto di svolta, sì. Non vogliamo rinnegare il passato, perché è stato formativo e ci ha permesso di sperimentare. Però con Che Sbatti abbiamo sentito l’esigenza di cambiare direzione.
Non so se chiamarlo un “nuovo inizio” in senso assoluto, ma sicuramente è un momento di svolta. Abbiamo riabbracciato le sonorità più rock dei primi anni: negli ultimi lavori ci eravamo spostati verso un sound un po’ più morbido, mentre adesso siamo tornati a qualcosa di più diretto, più energico.
Quindi sì, per noi rappresenta una svolta – se vogliamo, anche un nuovo inizio, ma con la consapevolezza di tutto il percorso fatto finora.
Nell’EP cantate di lavoro opprimente, alienazione digitale, relazioni forzate: vi sentite portavoce di una generazione o piuttosto osservatori critici della realtà che vi circonda?
Noi facciamo musica, quindi scriviamo e raccontiamo quello che vediamo e viviamo. Allo stesso tempo cerchiamo di essere osservatori critici, anche perché è inutile nasconderlo: siamo coinvolti in prima persona in tutto quello che succede alla nostra generazione.
Proviamo ad avere uno sguardo analitico su ciò che ci accade intorno, ma non dall’esterno. Quello che raccontiamo lo sentiamo e lo viviamo anche noi. Non ci mettiamo sopra gli eventi, non facciamo i moralisti.
Ci piace raccontare queste dinamiche anche con una certa ironia, a volte in modo sarcastico. Cerchiamo di smorzare, di prendere un po’ in giro quello che succede – e di prenderci in giro a nostra volta – proprio perché ci siamo dentro fino in fondo.

L’EP alterna brani esplosivi come “Vaffalà” a momenti più intimi come “I tuoi silenzi”: come lavorate in sala prove per trovare un equilibrio tra queste due anime senza perdere coerenza sonora?
Molto dipende da quello che nasce in sala prove e, soprattutto, da quello che Sonia racconta nei suoi testi. Spesso partiamo proprio dal suo momento, dal suo stato d’animo, dal pensiero che vuole esprimere e da lì costruiamo la musica.
Se il brano ha un’energia più esplosiva, la seguiamo; se invece è più intimo, cerchiamo di rispettare quella dimensione senza forzarla. È un processo molto naturale: non c’è una scelta a tavolino tra “brano allegro” o “brano malinconico”, ma tutto prende forma in modo spontaneo.
In fondo sono due facce della stessa band, e in sala prove convivono entrambe senza che questo comprometta la nostra coerenza sonora.
La collaborazione con V_Rus ha inciso più sull’estetica sonora o sull’approccio creativo della band? Vi ha messo in discussione come gruppo?
La collaborazione con V_Rus è stata fantastica. È stato il primo che ci ha capiti davvero al volo: già dal primo incontro è scattato qualcosa, un’intesa reciproca. Noi gli abbiamo raccontato chi siamo e cosa volevamo fare, e lui ha colto subito la direzione.
Ha inciso su entrambi gli aspetti, sia sull’estetica sonora sia sull’approccio creativo. Un produttore ha sempre una visione più distaccata: quando scriviamo un pezzo per noi è sempre bellissimo, è sempre il migliore del mondo, ma l’occhio critico esterno è fondamentale. In questo senso lui ci ha dato tantissimo: ci ha aiutati a mettere a fuoco le idee, a migliorare, senza snaturarci.
Dal punto di vista creativo, però, ci siamo sentiti molto liberi. Non ci ha messi in discussione come band, non ha cercato di imporre qualcosa di estraneo ai nostri gusti. Anzi, li ha sposati pienamente. È stato un incontro molto naturale, quasi un “amore” artistico, e per noi è stato davvero importante.
Dietro i Paper Walls chi c’è? Quali sono le personalità dei ragazzi dietro il disco?
Siamo quattro ragazzi molto diversi tra loro. L’unica cosa che abbiamo davvero in comune è la voglia di fare musica insieme e, soprattutto, di divertirci facendola.
Le nostre personalità sono differenti, ma proprio questa diversità, unita a una mentalità condivisa, credo sia il nostro punto di forza. Nel disco, secondo me, si sentono tutte: c’è l’emotività, c’è la rabbia, c’è un certo cinismo, a volte anche un po’ di follia, e poi il romanticismo. Ognuno di noi porta qualcosa, chi più chi meno, e mettendo insieme tutte queste sfumature nasce quello che siamo.
Sono contento di questa mescolanza, perché in un progetto è importante essere diversi, confrontarsi, scambiarsi opinioni. È proprio da lì che prende forma la nostra identità.

Dopo aver suonato in diversi Paesi europei, che tipo di band volete essere dal vivo? Più impattante e “fisica” o più emotiva e coinvolgente? E quanto il palco influenza oggi il tuo modo di scrivere?
Dal vivo vogliamo essere una band impattante, fisica. Ci piace dare subito una scossa a chi ci ascolta. L’energia per noi è fondamentale, però questo non esclude l’emotività, anzi. Un concerto deve essere un mix di emozioni: dal divertimento al romanticismo, passando per tutto quello che può racchiudere l’intensità di un momento.
Per quanto mi riguarda – ma credo di parlare anche a nome della band – il palco è il vero banco di prova delle nostre canzoni. È lì che capiamo se quello che facciamo arriva davvero. Quando vediamo che i brani funzionano, che il pubblico reagisce, per noi è una soddisfazione enorme, perché alla fine è quello che conta.
Il palco ci permette di essere senza filtri, e lo stesso vale per chi ci ascolta. È uno scambio continuo: noi diamo musica, il pubblico ci restituisce energia, calore, applausi. E quell’energia torna in sala prove, si trasforma in nuovi brani. Per noi suonare dal vivo e scrivere sono due aspetti inseparabili: uno alimenta l’altro.
Grazie Nicola, è stato illuminante capire come ancora “fate musica”, buona fortuna per l’EP, noi di 2duerighe vi terremo d’occhio!
E stasera ci aspettiamo un grande spettacolo, a Roma, al Charleston Club!




