ItsArt: pessime premesse per la Netflix italiana della cultura
Abbiamo già visto come in questi mesi il Mibact sia schierato in prima linea per sostenere la campagna di vaccinazione contro il Covid-19 attraverso il progetto di Boeri ispirato alle primule della storia dell’arte. Oggi il Ministero torna a far parlare di sé e del suo ultimo curioso progetto. Durante il primo lockdown il ministro Dario Franceschini aveva parlato della creazione di una piattaforma a pagamento che consentisse di offrire on demand la cultura italiana. In questi giorni è stata infatti annunciata la nascita di ItsArt, la nuova “Netflix dell’arte”, con l’obiettivo di portare gli spettacoli dal vivo e i musei nelle case degli italiani. Sì: i musei nelle case degli italiani.
Partendo dal presupposto che nessuna mostra, esibizione o rassegna live potrà mai eguagliare quelle digitali (ma ci saranno sempre pareri contrastanti sull’argomento), quello che proprio non si comprende è l’ingaggio della piattaforma streaming Chili come partner, invece della Rai che ha la valorizzazione delle arti e dello spettacolo nel suo contratto di servizio oltre che una sezione web, Ray Play. Il Ministro ha sottolineato che la prima, a differenza dell’emittente di servizio pubblico nazionale, ha già un sistema di pagamento per ogni contenuto distribuito e sarebbe già presente in Inghilterra, Austria, Germania e Polonia (e allora? Non doveva essere un servizio tutto italiano per gli italiani?). ItsArt vede la collaborazione tra Cassa Depositi e Prestiti, che ha deciso di dare vita alla Newco, una nuova società di cui terrà il 51% con un investimento pari a 9,4 milioni di euro, e con Chili come partner tecnico al 49%. A questi due attori si aggiunge il Mibact che verserà 10 milioni di euro provenienti dal Recovery Fund.

Il nome: i pareri online
Il nome deriverebbe dalla crasi di «Italy is Art», ma perché chiamare una piattaforma dedicata alla cultura italiana in inglese e soprattutto perché scegliere un logo così anonimo e forzato, soprattutto nei colori? Di tutt’altro avviso è il Mibact che, nel comunicato diffuso per promuovere il progetto spiega: «il logo, con una linea dinamica e moderna, evoca l’italianità con un richiamo al tricolore. Il punto davanti a IT, che ricorda l’estensione .it, indica la proiezione italiana sul web, sottolineando la visione digitale del progetto». A quanto pare però non tutti la pensano così: «un nome in inglese per promuovere l’Italia. Che pena, che provincialismo» si legge tra i commenti sulla pagina Facebook ufficiale dell’iniziativa, e ancora «il logo sembra una targa automobilistica!». C’è anche chi inserisce il link per sottoscrivere una lettera a Franceschini per trasmettere il disappunto sul nome della piattaforma. Più di qualcuno non è d’accordo con la trovata del Ministro, nonostante l’intento principale di trasmettere e promuovere nel mondo la conoscenza della cultura italiana fosse lodevole. Ma allora cosa è andato storto?

Le premesse
Un’iniziativa tutta italiana, ancora una volta pensata bene ma creata male. Per ora ci ritroviamo con un nome e un logo inadatti, il sito internet in costruzione, credit assenti e soltanto due contatti, uno per i contenuti e uno per l’ufficio stampa, il tutto corredato da una descrizione del progetto semplice e poco coinvolgente. Nessuna presentazione ufficiale, nessuna conferenza stampa, nessuna comunicazione dell’avvio delle attività. Solo una call-to-action per proposte di contenuti, eventi e manifestazioni da inviare via mail come se stessimo parlando della prossima sagra di paese. Il lancio della piattaforma è previsto nei primi mesi del nuovo anno e non ci resta che sperare di aver messo in piedi solo polemiche sterili a fronte di un progetto che farà invece ricredere tutti.




