Gli Epstein Files: una guida al più grande scandalo dell’establishment globale
Sei milioni di pagine. E’ la quantità di documentazione che il Dipartimento di Giustizia americano, insieme ai tribunali federali e all’FBI, ha reso pubblica sugli Epstein Files. Una mole che non ha precedenti nella storia degli scandali contemporanei – atti processuali, deposizioni, registri di volo, materiale investigativo, video, immagini. Se si stampasse solo la parte rilasciata il 30 gennaio scorso, la pila di carta raggiungerebbe l’altezza dell’Empire State Building. Il problema è che sei milioni di pagine senza una chiave di lettura fanno molto rumore, e il rumore, quando si parla di potere, fa sempre comodo a chi ha qualcosa da nascondere.
MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez, ha dedicato un intero numero agli Epstein Files; l’obiettivo non è inseguire uno scandalo che dura da trent’anni, o aggiungere un’altra cronaca dell’orrore a una storia già abbondantemente raccontata nei suoi aspetti più osceni. Con questo numero speciale sugli Epstein Files si vuole trasformare quella valanga di documenti in qualcosa di leggibile, comprensibile.
Il numero si chiama Il dizionario del potere. C’è un long form di Nicola Borzi che ricostruisce l’ascesa di Epstein e la rete di relazioni ai massimi livelli che è riuscito a costruire – politici, magnati, premi Nobel, membri di famiglie reali – anche dopo la condanna del 2008 per abusi su minori. E c’è un dizionario vero, di oltre cento voci, lavoro collettivo di dodici autori, che va dalla A del principe Andrea alla Z dello Zorro Ranch, la tenuta del New Mexico tristemente nota a molte vittime. In mezzo: i Clinton, Deutsche Bank, Bill Gates, il Mossad, Musk, Putin, Trump. E tutto quello che nei file riguarda l’Italia.
Il timing non è casuale. I documenti escono a gennaio 2025, Trump è appena tornato alla Casa Bianca, e il suo nome compare nei file per trentottomila volte. Non c’è, almeno nei documenti resi pubblici finora, nulla che lo colleghi direttamente ai crimini di Epstein. Ma quella cifra racconta qualcos’altro; l’ossessione meticolosa con cui il finanziere catalogava il suo mondo, costruiva un archivio vivente delle élite che abitano il potere americano. Quegli stessi ambienti, quegli stessi college, quelle stesse occasioni sociali. Una casta la cui coesione si è nutrita per decenni di complicità condivise, non sempre criminali, ma spesso tragicamente opache.
Epstein non comandava niente; non un’azienda, non un esercito, non uno stato. Eppure faceva paura a molti. Il motivo è nei file; sapeva cose, ne teneva traccia, e quando arrivava il momento giusto, tirava fuori il conto. Quei documenti fanno ancora tremare perché quel conto, per molti, non è ancora stato saldato.
C’è poi un capitolo che riguarda più da vicino l’Europa, e che il numero affronta senza sconti. Tra le email emerse dai documenti compare anche il filo che collega la rete di Epstein alla strategia populista del continente: Steve Bannon che gestisce rapporti con leader euroscettici, annuncia mosse politiche come se muovesse pedine, e in una mail rivela che Salvini farà cadere il governo. Epstein consiglia di concentrarsi sull’Europa. A quel punto è chiaro che non stiamo parlando di uno scandalo americano, ma di un sistema globale.
Per anni nessuno ne aveva scritto. Vanity Fair, ABC News, il New York Times, le carte le avevano, i contatti anche, ma la storia non usciva. Le ragazze erano giovani e venivano da contesti difficili, gli avvocati di Epstein erano ovunque, i soldi giravano anche verso le redazioni. Alla fine un miliardario che abusava di minorenni con mezzo establishment americano non faceva notizia. E quel silenzio era una scelta.
Oggi quei documenti sono pubblici. Il problema è che sei milioni di pagine senza una chiave restano mute, giganti per essere lette, complesse per essere comprese. In questo magma di nomi, date, deposizioni e voli privati il sistema conta di vincere ancora, sommergendo. Millennium ha deciso di leggere e di spiegare.




