Abu Dhabi: come l’economia ha cambiato il volto di una città
C’era un tempo in cui Abu Dhabi era solo una distesa di sabbia e mare, e la sua ricchezza più
preziosa brillava sotto forma di perle. Oggi, a distanza di poche generazioni, quella stessa città è
divenuta una delle capitali più moderne e ambiziose del mondo, ma cosa è accaduto nel mezzo?
La risposta, come spesso accade in Medio Oriente, affiora dal sottosuolo: petrolio. Scoperto negli
anni ’30 del secolo scorso, l’oro nero ha trasformato un’area deserta in uno degli epicentri della
geopolitica globale e finanziaria: da qui in poi Abu Dhabi ha assunto il ruolo di guida federale degli
Emirati Arabi Uniti, diventando non solo una capitale politica, ma il motore dell’intera federazione
araba.
Partiamo dall’inizio. L’area venne abitata per la prima volta circa 8000 anni fa, diventando ben
presto una delle oasi più fiorenti e ricche dell’intera area in termini di pastorizia e pesca, frenando
però così in un certo senso lo sviluppo economico per gran parte della propria storia. Secondo una leggenda popolare il primo insediamento avvenne perché il progenitore della dinastia che si insediò nell’area stava partecipando a una battuta di caccia durante la quale trovò una gazzella di rara bellezza, e inseguendola giunse fino all’attuale Abu Dhabi (letteralmente “padre delle gazzelle”), dove rimase stregato dal luogo. Tornato a casa, questi ordinò al figlio Shakbut di trasferire lì la famiglia e iniziare a costruire la nuova città che li avrebbe ospitati.
Per via di questo benessere rurale, scoperto subito in un’aurea mediocritas dai primi abitanti del
luogo, per molti anni non si svilupparono altri settori, pur continuando a progredire l’allevamento di
cammelli, la raccolta di datteri e il commercio di perle.
Le cose cambiano solo con l’affermarsi della confederazione tribale dei Bani Yas, che nel
diciassettesimo secolo occupa l’area di Dubai diventando la potenza egemone del luogo: a questo
punto però la famiglia più importante della confederazione, ovvero gli al Nahyan, si divide,
alimentando così l’instabilità politica dell’area. Di lì a poco tutti gli emiri degli attuali Emirati Arabi
Uniti saranno posti sotto la pacificazione forzata dell’Inghilterra, che li trasformerà negli “Stati
della Tregua”, vale a dire un protettorato della corona britannica.
Giunti quasi alla metà del ventesimo secolo, l’emirato di Abu Dhabi si sosteneva ancora con
l’economia tradizionale, tanto che gli abitanti ricchi vivevano in case di fango, mentre quelli poveri
in abitazioni fatte con foglie di palma: la metamorfosi vera e proprio avrà inizio solo a partire dal
1939, anno in cui avvennero le prime concessioni petrolifere, per poi conoscere dei punti di svolta
chiave con l’indipendenza da Sua Maestà nel 1968 e la costituzione della realtà federata che oggi
conosciamo nel 1971.
Con l’avvento del greggio il volto della città ha iniziato a mutare rapidamente e radicalmente in
pochi decenni: le tende beduine sono state sostituite dai grattacieli in vetro e acciaio, interconnessi
tra loro da strade a sei corsie che man mano si allungano tra isole artificiali, skyline da capogiro e
distretti tecnologici; e ancora, infrastrutture moderne, servizi di alta qualità, centri commerciali
smisurati e una vita urbana disegnata per attrarre investitori, turisti e cervelli da ogni parte del
globo. Tutto questo ha reso possibile l’ascesa attuale del mondo arabo su noi occidentali, tramite
una ricchezza che ha sia dato forma al paesaggio, sia ridisegnato l’identità stessa del Paese.
Sarebbe riduttivo però ritenere che l’economia petrolifera ha solo e semplicemente generato profitti,
poiché questa in realtà ha fornito ad Abu Dhabi i mezzi per costruire la narrazione potente di
un’oasi di stabilità e innovazione nel cuore di una regione spesso inquieta. Gli emiri infatti sanno
che l’oro nero non scorrerà in eterno, e pertanto spingono contestualmente verso una
diversificazione perseguita mediante le più disperate attività, dal turismo alla finanza, dall’energia
pulita alla tecnologia, passando per lo sport e, soprattutto, per l’Intelligenza Artificiale: in tutti
questi settori la parola d’ordine è ormai “investire quanto più possibile”, scardinando i primati disupremazia messi a punto dagli USA e unendo alla narrazione “potente” dei petroldollari una
narrazione “leggera” – un “soft power” – mediante quello che gli esperti di comunicazione chiamano
“washing” della propria immagine.
Guai infatti a pensare che Abu Dhabi e gli Emirati Arabi siano solo una circoscritta realtà
paradisiaca che vuole semplicemente realizzare il grattacielo più alto del mondo o avere la
tecnologia energetica più avanzata del mondo: gli Emirati infatti hanno imparato rapidamente a
muoversi con disinvoltura tra Asia e Mediterraneo, intrecciando relazioni con India, Italia, Egitto e
molti altri. In Sri Lanka gli sceicchi stanno costruendo un hub energetico con Nuova Delhi. Ancora,
insieme all’India, Abu Dhabi è protagonista del progetto “Imec” (un corridoio economico che
unisce India, Medio Oriente ed Europa), definito da Donald Trump come “una delle rotte
commerciali più importanti della storia”.
Nel frattempo in Italia gli emiri hanno da poco firmato accordi per oltre 40 miliardi di dollari, che verranno investiti in vari settori, dall’IA allo spazio, perciò non si tratta solo di business, bensì di una strategia affamata e imperialista. Il “piccolo” Paese del Golfo ha capito che per essere grande deve parlare tante lingue, così da ritagliarsi un posto al tavolo delle grandi potenze anche senza essere formalmente una di esse.
Soft Power
Il soft power emiratino è ormai raffinato e acuto: costruisce moschee, chiese e sinagoghe nello
stesso complesso architettonico, accoglie Papi e Imam sotto la stessa cupola, promuove etica e
religione nei dibattiti sull’Intelligenza Artificiale e sponsorizza la vita del luogo mediante influencer
di ogni genere.
Sotto l’aspetto geopolitico, anche senza allontanarci dal Mediterraneo, Abu Dhabi ha investito in
Libia sostenendo il generale Haftar, ha appoggiato Al-Sisi in Egitto contrastando la Fratellanza
Musulmana sostenuta da Qatar e Turchia, ha firmato gli Accordi di Abramo con Israele
normalizzando i rapporti con Tel Aviv, e, quando l’Iran ha lanciato droni e missili contro lo stesso
Israele lo scorso anno, i sistemi di difesa emiratini erano pronti a proteggerlo. Questa abilità di
muoversi su più tavoli, talvolta anche contraddittori, è la cifra che sta distinguendo lodevolmente la
diplomazia emiratina.
La voglia di Abu Dhabi di rivendicare la sua centralità nel mondo e l’intelligenza di fare ciò anche
mediante il soft power emerse già nella cornice dell’EXPO 2015, a Milano, quando il capannone
degli emiri strabiliava tutti attraverso una splendida esposizione e un cortometraggio da master in
comunicazione, iniziato con un dattero nel deserto che sfama una famiglia da “terzo mondo” e
concluso nella megalopoli più futurista che all’epoca si potesse immaginare. Niente petrolio, niente
Islam, solo una tra le trasformazioni economiche più grandi della storia narrata come un misto di
epica e destino.
Abu Dhabi oggi non è più solo una capitale, bensì un crocevia di potenze, tecnologie, fedi e
narrazioni. È l’emblema di come l’economia – guidata da visione, ambizione e strategia – possa non
solo trasformare un territorio, ma reinventarne l’anima. E cosa sarà allora di questa città nel 2071, quando scadrà il piano centenario con cui gli Emirati sognano di diventare “il miglior Paese al mondo”?
Impossibile dirlo, ma una cosa è certa: chi guarda oggi Abu Dhabi, vede il futuro.




