Molenbeek, la cellula. Storia di una periferia che non vuole essere altro
Esistono posti ai margini del mondo che sembrano essere destinati a rimanere tali, immutabili, irrecuperabili. Posti dai quali si scappa o verso i quali bisogna necessariamente fare ritorno. L’espansione urbanistica degli ultimi decenni avrebbe dovuto scongiurare qualsiasi forma di marginalità, creando una rete di servizi e infrastrutture in grado di annullare il vuoto ancora presente, all’inizio dello scorso secolo, tra le grandi città d’Europa. Tuttavia, questa rete presenta ancora maglie troppo larghe, all’interno delle quali proliferano le grandi periferie.
Esistono luoghi il cui destino è segnato, il cui nome fatica a liberarsi da un pregiudizio ormai calcificato, e al diavolo la gentrificazione, non esiste città in grado di liberarsi della periferia.

Molenbeek si trova a poco più di un quarto d’ora dalla graziosa e lussureggiante Grand Place di Bruxelles e a poco più di mezz’ora da Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Europea e centro nevralgico dell’intera Unione. Eppure, tra questo piccolo quartiere di appena sei kilometri quadrati e il cuore dell’UE, con i suoi principi e le sue libertà, c’è un abisso immenso di paure, discriminazione e terrorismo.

Gli episodi
È l’11 marzo del 2004, 191 morti e più di 1.800 feriti. La strage di Madrid è un lontano ricordo, tuttavia, due degli attentatori che prepararono i 13 zaini-bomba fatti esplodere quella mattina risiedevano a Molenbeek.
Il 24 maggio 2014, è a Bruxelles che un uomo spara nel centro della capitale, è un attacco armato al Museo Ebraico: ci saranno tre morti. Il responsabile era transitato da Molenbeek.
Parigi, 2015: il Bataclan, Charlie Hebdò. Nessuno era riuscito a colpire l’intera Europa così profondamente in un lasso di tempo così breve. Fu un attacco ai valori fondanti di una civiltà. Amedy Coulibaly, responsabile dell’attacco al supermercato Kosher avvenuto in quei giorni tumultuosi, era un residente di Molenbeek.

La Storia
Insediamento nato nei primi anni del XIX secolo, Molenbeek-Saint-Jean ha ospitato sin dalle origini belgi fiamminghi, per poi accogliere immigrati italiani, portoghesi e spagnoli. Con l’avvento del post-colonialismo, l’albero ha dato i suoi frutti che, una volta caduti, sono rotolati nelle periferie dell’impero in disfatta; da qui, la percentuale di musulmani si è moltiplicata, conformando il quartiere in banlieu. Mentre il cuore di Bruxelles si dipingeva di stelle in campo blu, le frange dei suoi confini accoglievano i nemici della pace che si cercava di costruire.

La banlieu non è solo parigina
Siamo soliti credere che ogni periferia abbia vita propria, che Scampia sia tale in quanto espressione marcia di un fallimento italiano, così come il Bronx lo sia per il mondo statunitense e che, ancora di più, il resto del mondo sia in qualche modo la periferia dell’Occidente. Il fallimento dell’integrazione, l’inclusione mancata e tanti altri buoni propositi andati in malora non hanno fatto altro che incrementare e alimentare un distacco tra le culture diverse che avevamo promesso di accogliere. C’è una sconfinata filmografia sul mondo reietto della periferia, un esempio, forse il più icastico: La Haine di Kassovitz. Non abbiamo speranze: il centro, testa di questa immensa piovra che è la città, ha perso il controllo dei suoi tentacoli più lontani.




