Sanremo, un evento che cambia una città da 75 anni
Il Festival di Sanremo appena concluso è stato il 75esimo della storia. Un Festival privo di polemiche in confronto alle passate edizioni e che ha visto trionfare il giovane cantante genovese Olly. La cornice, da cui prende il nome l’evento è la città ligure di Sanremo. Un luogo che ha visto passare cantanti, star internazionali, grandi ospiti e che ha vissuto 75 anni di costumi e tradizioni di una nazione intera. La città si trasforma in un vero e proprio red carpet dove sono pronti a sfilare ospiti, radio, media di tutti i tipi per la settimana in cui tutta Italia ha gli occhi e le orecchie rivolte verso il fiorito comune ligure.
La città, che conta quasi 50.000 abitanti, nonostante la bellezza paesaggistica e i numerosi eventi storici che hanno segnato profondamente questa terra per secoli, è ricordata principalmente per il Festival. La finestra temporale, cambiata dalla prima edizione ad oggi svariate volte, vede un enorme lente di ingrandimento sul comune mettendo in mostra spesso, stereotipi e clichè tutti italiani. Le canzoni e gli artisti, anche, fanno da spalla a questo enorme prodotto da Commedia all’Italiana. Uno specchio pop che riflette la nostra società.
Il primo Festival
Il 1951 è la prima edizione del Festival di Sanremo, gli ideatori furono Angelo Nicola Amato, direttore delle manifestazioni e delle pubbliche relazioni del Casinò di Sanremo e Angelo Nizza, conduttore radiofonico, mentre Pier Bussetti insieme a Giulio Razzi, misero a punto il regolamento del concorso dando vita così alla prima edizione che si tenne nel Casinò (che ospitò il festival fino al 1976) e che vide trionfare Grazie dei fiori, interpretata da Nilla Pizzi.
Le canzoni dal 1951 ad oggi, hanno sempre raccontato la nazione. Da Vita Spericolata di Vasco Rossi che simboleggiava gli anni 80′ e la ribellione di quegli anni a Adriano Celentano che portava sul palco un boom economico ormai agli sgoccioli con Chi non lavora non fa l’amore fino ad arrivare al rap dei giorni nostri, genere che domina le classifiche da ormai diversi anni. Impossibile non citare, il suicidio di Luigi Tenco durante il Festival del 1961.
Non solo i cantanti però hanno un ruolo all’interno di questa macchina, ma anche da conduttori storici come Mike Buongiorno a Pippo Baudo, volti che hanno contribuito notevolmente alla popolarità del Festival grazie anche e soprattutto all’avvento della televisione. Quest’ultima ha creato un vero e proprio rito liturgico capace di riunire famiglie, amici e conoscenti in segno della settimana della musica italiana. Ha svuotato la città e ha riempito milioni di case con immagini e suoni.

Chi popola Sanremo durante il Festival?
Dal 1951 ad oggi, in 75 anni di storia, è facile notare i cambiamenti. Il pubblico, le voci, la musica, il sound, la politica, tutto. Tuttavia, è negli ultimi anni, con l’avvento dei social che si è creato quasi un tappo mediatico, una vera e propria bolla che non vede l’ora di evaporare una volta finito il festival. Giornalisti improvvisati ad ogni angolo della strada in cerca di parole scottanti da ripubblicare dei 29 cantanti in gara, postazioni di emittenti radiofoniche e televisive per interviste, giochi social e tanto divertimento (dicono loro) ovunque. Un contesto frenetico che spinge ad avere, durante questi giorni, qualsiasi tipo di contenuto possibile e inimmaginabile: guardate Lucio Corsi, bravissimo cantautore, sconosciuto fino a qualche giorno fa. Aprendo svariate volte i social durante la settimana del Festival, avrò visto circa trenta interviste uguali al cantante. Stesse domande, stesse parole, stesse risposte.
In questo tran – tran quasi distopico, regnano poi, gli/le influencer: personaggi con qualche manciata di follower che passeggiano e distribuiscono storie per i loro seguaci. Fotografi e flash impazziti per chiunque passi davanti all’Ariston. In più, il popolo. Gente da tutta Italia che si raduna per fare un selfie con il proprio idolo/a o per recarsi sotto al balcone del cantante per urlare a squarcia gola tutto il repertorio di quest’ultimo/a. “Tutta l’Italia, tutta l’Italia” il pezzo che quest’anno, scritto da Gabry Ponte, è stato scelto come sigla e seppur banale, non poteva esserci sintesi migliore di questa.
Attenzione, questo articolo non è contro il Festival che, anzi, porta canzoni interessanti e che, con piacere, aggiungiamo poi alle nostre playlist di Spotify. Il focus è sul forse, troppo e insensato circo mediatico che viene allestito con tendoni ed arene nella città e da dove nasce questa dimostrazione, quasi obbligatoria, da parte di tutti, di dover essere lì non solo da spettatori, ma anche da protagonisti. Rimane inquietante la differenza tra il giorno della finale (di sabato) e il giorno dopo. Caos contro il silenzio, euforia contro depressione.




