Zerocalcare torna domani: perché continuiamo ad avere bisogno delle sue fragilità
L’ultima volta che Zerocalcare aveva bussato alle nostre ansie collettive, lo aveva fatto raccontando precarietà emotiva, amicizie slabbrate e identità politiche con il tono di chi sembra sempre chiedere scusa per essere troppo sincero. Domani torna con Due spicci, la nuova serie animata distribuita da Netflix, e il punto non è soltanto capire se sarà all’altezza delle precedenti. Il punto è capire perché continuiamo ad averne bisogno.
Negli ultimi anni Zerocalcare è diventato qualcosa di raro nel panorama culturale italiano: un autore popolare senza essere addomesticato. Le sue storie riescono a parlare contemporaneamente a chi vive la cultura nerd come rifugio, a chi ha attraversato la militanza politica come forma di appartenenza e a una generazione che ha imparato a trasformare l’ironia in meccanismo di sopravvivenza. In un’epoca in cui quasi tutto viene levigato per essere innocuo, il suo universo continua invece a mantenere un attrito emotivo autentico.
Due spicci arriva dopo il successo di Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo, due opere che hanno dimostrato come l’animazione italiana possa finalmente smettere di sentirsi “minore”. Non era scontato. Per decenni l’animazione adulta in Italia è rimasta confinata a esperimenti marginali o imitazioni poco convincenti di modelli stranieri.
Zerocalcare ha fatto qualcosa di diverso: ha preso il linguaggio del fumetto autobiografico, lo ha immerso nel romanesco, nei tempi morti della periferia, nella cultura internet e nella depressione contemporanea, trasformandolo in un racconto universale.
La nuova serie promette ancora una volta di mescolare autobiografia e osservazione sociale, con il ritorno dell’Armadillo doppiato da Valerio Mastandrea e una colonna sonora che coinvolge Coez e Giancane.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi all’hype da piattaforma streaming o alla curiosità per i nuovi episodi. Il fenomeno Zerocalcare funziona perché racconta una generazione che si sente eternamente “fuori tempo massimo”: troppo giovane per avere certezze, troppo adulta per coltivare illusioni.
E forse è proprio questo il nodo politico della sua opera. In Italia siamo abituati a una narrazione pubblica che divide tutto tra vincenti e falliti, tra chi “ce l’ha fatta” e chi è rimasto indietro. Zerocalcare continua invece a raccontare la vasta zona grigia delle persone normali: quelle che tirano avanti tra lavori fragili, amicizie che resistono per ostinazione e il costante senso di non essere abbastanza. Lo fa senza retorica motivazionale e senza cinismo compiaciuto. È una forma di empatia rara, soprattutto nel linguaggio audiovisivo contemporaneo.
Certo, il rischio dell’operazione esiste. Quando un autore diventa simbolo generazionale, la ripetizione è sempre dietro l’angolo. L’autocitazione può trasformarsi in comfort zone, e il pubblico rischia di cercare soltanto il déjà-vu emotivo: la battuta romana, l’ansia esistenziale, il monologo dell’Armadillo. Ma proprio per questo Due spicci sarà un banco di prova importante. Non tanto per capire se Zerocalcare sia ancora bravo — lo è — ma per vedere se riesce ancora a sorprenderci mentre parla delle nostre fragilità.
Perché il vero talento di Zerocalcare non è raccontare sé stesso. È raccontare noi quando non riusciamo più a spiegarci.




