Le città di pianura: la ricerca dell’ultimo bicchiere nel Veneto fantasma di Sossai
«Non rimarrà più nulla di questa regione. Solo un’enorme infrastruttura e modi per spostarsi, ma nessun luogo dove andare.» (Cavalier Fadìga, Le città di pianura)
La ricerca dell’ultimo bicchiere: un’ode alla nostalgia, al vagare senza meta, cercando il bar dove bere l’ultimo, che non è mai l’ultimo, in un’atmosfera quasi kaurismäkiana.
È questo il road-movie di Francesco Sossai, nel concorso di Un certain regard al Festival di Cannes, che potrebbe essere ambientato negli Stati Uniti, ma qui si dipana tra le province venete che non sono più campagna ma neanche metropoli, schiacciate dalla modernità.
Un racconto amaro ma dolce sul finale che attraversa non-luoghi senza identità.

Anatomia di un naufragio alcolico
I protagonisti, Doriano (Pierpaolo Capovilla) e Carlo (Sergio Romano), sono due “beoni da competizione” cinquantenni che vivono in un eterno dormiveglia alcolico. La loro missione? Recuperare all’aeroporto l’amico “Genio” (Andrea Pennacchi). Ma la vera bussola del loro viaggio è la ricerca dell’ultimo bicchiere, quello che — per definizione — non arriva mai.
Carlo lo spiega con una logica impeccabile quanto disperata: l’utilità marginale dell’alcol non cala mai; è un equilibrio precario che esige di essere mantenuto. Insieme a loro, incontriamo Giulio (Filippo Scotti, che abbiamo già trovato in È stata la mano di Dio), un universitario che si lascia trascinare in questo pellegrinaggio sgangherato, scoprendo un mondo di villette bifamiliari sbiadite e cartelli “vendesi” che punteggiano il paesaggio come lapidi.

Il Veneto che non c’è più
Sossai non filma solo una sbronza prolungata, ma il cadavere eccellente di un’epoca. Quello che una volta era il cuore pulsante delle piccole imprese e dei “grandi signori” della pianura, oggi è un non-luogo schiacciato dalla crisi del 2008.
Paesi svuotati, centri commerciali anonimi e una desolazione estetica che riflette quella interiore.
Un viaggio culmina alla Tomba Brion di Carlo Scarpa, un gioiello architettonico che diventa l’altare di un’improvvisa illuminazione, un punto di sospensione dove il lutto per il passato incontra la magia del presente.
Nel disincanto vitale come Risi
Se il ritmo ricorda l’erranza di Amici miei di Mario Monicelli o la spavalderia de Il sorpasso di Dino Risi, il film di Sossai evita la tragedia cruenta per rifugiarsi in una vitalità resistente. Nonostante le pensioni bruciate alle slot machine e le giornate fotocopiate, i protagonisti non cedono al nichilismo.
La loro è una “fancazzaggine” che sa di resistenza: un rifiuto di integrarsi in un sistema che li ha già espulsi.
Certo, la regia a tratti pecca di didascalismo, cercando di spiegare a parole ciò che le immagini (e le musiche sporche dei Krano) trasmettono già con forza chirurgica.
Eppure, il ritratto di questa generazione di cinquantenni disillusi ma ancora capaci di esuberanza resta impresso. Le città di pianura ci ricorda che, anche quando non c’è nessun posto dove andare, c’è sempre spazio per un altro giro di vite.





