Se mi lasci ti cancello, ma cancellare non significa guarire
«Beati gli smemorati perché avranno la meglio anche sui loro errori.» [Nietzsche]
Sembra il titolo di una frivola commedia americana, ma in realtà è il frutto geniale della scrittura di Charlie Kaufman (sceneggiatore di capolavori come Anomalisa, Synecdoche – New York e Sto pensando di finirla qui) con la regia di Michel Gondry.
Eternal sunshine of the spotless mind è il titolo originale, che tradotto letteralmente significa “Infinita letizia della mente candida”, è ripreso da un verso dell’opera Eloisa to Abelard del poeta inglese Alexander Pope.
«Com’è felice il destino dell’incolpevole vestale!
Dimentica del mondo, dal mondo dimenticata.
Infinita letizia della mente immacolata!
Ogni preghiera accettata, e ogni desiderio rinunciato.»
Un film che ha lasciato un’impronta nella generazione dei Millennials, raccontando l’amore non come ideale romantico, ma come esperienza complessa e fragile. Ma soprattutto come predestinazione, chi si è amato sembra destinato a ritrovarsi.
Ci insegna che amare significa esporsi, accogliere gioie e ferite, e confrontarsi con l’altro nella sua interezza, con pregi e difetti.
Un prodotto distopico che si fa inno all’amore, quell’amore che ritorna e trova sempre il modo di riaffiorare.
Con le interpreatzioni magistrali di Jim Carrey e Kate Winslet.

Un’odissea poetica
La storia comincia dalla fine, ma lo spettatore non lo sa. Eppure si percepisce un’energia intensa che crea tensione e quasi disagio tra i due protagonisti, al loro primo incontro.
Un’aura poetica attraversa l’intero film, permeando i flashback e la struttura stessa della narrazione.
Piano piano scopriamo che Joel e Clementine sono stati una coppia felice e con il tempo il loro rapporto si è incrinato, per via della quotidianità. L’uno conosce i tratti più sgradevoli dell’altra e viceversa, le fragilità e i limiti. La convivenza si fa complessa, l’amore si logora nella quotidianità, e ciò che teneva uniti perde gradualmente forza.
Dopo la fine della relazione, Clementine sceglie di sottoporsi a un trattamento invasivo per cancellare ogni ricordo di Joel, nel tentativo di sottrarsi al dolore.
Quando Joel lo scopre è lutto. Tutte le certezze crollano, la persona che ha amato non è la stessa che ha idealizzato. Perciò, in preda al dolore, decide di farsi cancellare anche lui i ricordi della loro storia.
Un atto che non avrà un percorso facile perché durante il lavoro di rimozione degli esperti, Joel, addormentato ma vigile nel suo sogno lucido, deciderà di tornare indietro e di non farlo più.
Quando rivive tutte le emozioni e le reminiscenze legate a Clementine, si rende conto di voler mantenere la memoria di ciò che ha vissuto. Dell’amore, del brivido, del sentirsi parte di un unico grande progetto di vita, ma anche dei litigi e delle delusioni.
È troppo tardi, non si torna indietro. I ricordi svaniscono, uno dopo l’altro, anche per lui.
La vita diventa monotona, nuovamente. Per entrambi, la vita dopo la rimozione della memoria non porta sollievo, ma lascia disorientamento e un’infelicità di fondo.
Così mentre aspetta il treno Joel, come richiamato da un istinto naturale, decide di disertare il lavoro e di andare a Montauk, il luogo che Clementine aveva pronunciato nel sonno durante il trattamento. Luogo dove si erano conosciuti la prima volta.
Proprio lì incontra una ragazza, eccentrica e interessante, che si prende subito confidenza con lui, si chiama Clementine. È lei a coinvolgerlo in una serie di battute, domande e confidenze, come in un flusso di (in)coscienza.
Sono tutte frasi e considerazioni che hanno fatto parte del loro passato, e loro, inconsapevoli, ne ripercorrono le tracce.
Si innamorano nuovamente. Come se fossero predestinati.

Oltre la rimozione
Cosa ci insegna quest’opera?
Che amare è un atto anche doloroso. Un’esperienza che muta nel tempo, che lascia ferite e residui emotivi che spesso si vorrebbero eliminare pur di non soffrire più.
Ma è davvero giusto cancellare ciò che è stato? È sano desiderare di rimuovere ogni traccia della persona che si è amata?
Quando una relazione diventa tossica o si subisce una perdita, l’oblio sembra la soluzione più semplice. Eppure non siamo forse il risultato delle esperienze che abbiamo attraversato? È proprio attraverso le scelte, anche quelle sbagliate, che impariamo a riconoscere ciò che desideriamo davvero.
In questo senso, il film dialoga con l’idea nietzschiana della volontà di potenza: non come dominio sull’altro, ma come impulso alla trasformazione di sé, al superamento dei propri limiti, all’accettazione dell’eterno ritorno di ciò che siamo stati. Amare, allora, significa esporsi al rischio, accettare la possibilità della perdita senza rinunciare alla crescita.
Forse conservare ciò che è stato, anche quando fa male, è parte essenziale del processo di formazione individuale. La consapevolezza diventa così una forma di maturità, un argine contro la tentazione di semplificare il dolore cancellandolo.
Non è un caso che il tema della mente che cancella attraversi anche altre opere cinematografiche, come nel film cult di David Lynch, La mente che cancella, dove l’eliminazione di tracce interiori diventa una strategia di sopravvivenza, generando però ansia, disorientamento e perdita di identità. Cancellare il “normale” per far emergere l’inconscio significa rinunciare a una parte fondamentale di sé.
Viviamo in un’epoca che tende ad allontanare la sofferenza, a considerarla un errore da correggere. Ma sono proprio le fratture, le mancanze, le ferite a forgiare le nostre interiorità. Come scrive Emmanuel Carrère, esiste un “male necessario”: un dolore che, pur distruttivo, diventa motore di trasformazione ed evoluzione.
È per questo che Se mi lasci tio cancello ha segnato una generazione di giovani, oggi adulti, nell’affrontare le relazioni amorose. Non offre soluzioni, ma pone una domanda radicale: cancellare è davvero guarire, o è solo un altro modo per rimandare l’incontro con se stessi?




