Squid Game e l’economia del debito
Recensioni
12 Novembre 2021

Squid Game e l’economia del debito

456 concorrenti pieni di debiti gareggiano in una varietà di giochi per bambini per 38 miliardi di Won, ma ogni partita si gioca fino alla morte. I giocatori che perdono vengono uccisi all’istante, facendo lievitare il montepremi. Questo è Squid Game, estrema metafora del sistema economico marcio del capitalismo che caratterizza le società di oggi.

di Francesca Caputo

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Dal secondo dopoguerra la Corea del Sud ha conosciuto una rapida industrializzazione ed è diventa, in pochissimo, una delle quattro “tigri asiatiche” ma al crescere della ricchezza si sono acuite anche le disparità socio-economiche, culminate con la crisi finanziaria della fine degli anni ’90. La società coreana è ossessionata dal raggiungimento dell’affermazione sociale e professionale e l’alto livello di giovani disoccupati – continuamente sotto la pressione di risultati accademici imposti – crea un incessante malcontento e un elevato tasso di suicidi. Proprio loro hanno coniato un termine per questa società dello stress: “inferno Joseon”, in riferimento alla dinastia rigida e gerarchica Joseon che la Corea moderna avrebbe dovuto lasciarsi indietro. Il paese ha una lunga e continua storia di pratiche anti-sindacali, talvolta violente. Poco tempo fa ad esempio, il presidente della Confederazione coreana dei sindacati (Kctu), è stato arrestato e imprigionato con la scusa di aver violato le norme di sicurezza Covid-19, durante una manifestazione sindacale a Seoul. Chiaramente punito per aver militato contro il governo, Yang Kyung-soo è il tredicesimo leader consecutivo della Kctu a finire in carcere.

Fonte: Vanity Fair

Debiti e meritocrazia

La trama di Squid Game la conosciamo tutti: 456 concorrenti pieni di debiti gareggiano in una varietà di giochi per bambini per 38 miliardi di Won, ma ogni partita si gioca fino alla morte. I giocatori che perdono vengono uccisi all’istante, facendo lievitare il montepremi. Il gioco è seguito dietro uno schermo dai VIP, una élite ultraricca che punta sulla vita dei giocatori.

A scommettere fino a indebitarsi a vita era proprio il protagonista, Gi-hun, che partecipa al gioco tentando di vincere i soldi per pagare le spese mediche della madre malata e per provvedere a sua figlia cercando di evitare che debba di trasferirsi negli Stati Uniti. Il leitmotiv del gioco è l’ideale della meritocrazia: le persone finite a concorrere per la vita sono state vittime di disuguaglianza e discriminazione nel mondo reale, all’interno del gioco hanno l’ultima possibilità di vincere lealmente oppure morire, tutto pur di non tornare a vivere l’inferno del debitore.

Fonte: Game Legends

La denuncia al capitalismo

Il debito è una dimensione di povertà che fa sentire esclusi dalla società, condannando a una vita di ansia e scadenze. Proprio come il sistema capitalista, Squid Game si disfa di chi non regge il ritmo. Ecco che inizia allora una corsa alla sopravvivenza, sadica e spietata, proprio come il mondo del capitalismo sregolato. E vince chi pensa a sé, si salva chi dà retta all’egoismo più che alla solidarietà. Non c’è giustizia, né amore o compassione nel gioco, solo sangue e dolore, fisico e psicologico, diretta conseguenza di un sistema e di una società che non ha tutelato nessuno. Tuttavia, la serie che tanto critica, si inserisce perfettamente nelle logiche di produzione capitalista, incastrandosi nel filone dei prodotti più amati dal grande pubblico. Allora viene naturale chiedersi: esiste davvero un’alternativa al capitalismo o è un sistema che magnetizza qualsiasi prodotto, anche quelli culturali? Ci siamo soltanto abituati o c’è ancora un modo per temperare le conseguenze della fredda economia di mercato? Se l’estremizzazione di Squid Game ci ha colpito, sarebbe il caso di iniziare a pensarci.