Voci a domicilio: il cinema come terapia

Voci a domicilio: il cinema come terapia
Fonte: Perso film festival

Voci a domicilio: il cinema come terapia

Voci a domicilio è il titolo del cortometraggio diretto da Giovanni Piperno e sceneggiato insieme a Pier Paolo Piciarelli.

Qual è la sua particolarità? Il fatto di essere realizzato con l’aiuto e la partecipazione di alcuni pazienti psichiatrici di Parma e di trattare un disturbo come quello dell’allucinazione uditiva.

Un racconto che nasce dall’unione delle esperienze delle persone che hanno collaborato a questo docu e che hanno scelto di scrivere, recitare e stare dietro la macchina da presa.

Un modo per fare cinema ma soprattutto per mettersi in gioco, trattando un tema delicato con ironia e leggerezza.

Voci a domicilio. Fonte: Cinema italiano

Il regista

Piperno si cimenta, ancora una volta, nella ripresa documentaristica di una realtà cruda, estremamente sensibile e talvolta svantaggiata, come aveva fatto anche nei suoi precedenti lavori.

 

Cimap – Cento italiani matti a Pechino (2008), ad esempio, mostrava le vite difficili dei pazienti psichiatrici considerati “matti”, attraverso i loro racconti ma anche riflessi negli occhi di una società che giudica e tende a stigmatizzare le malattie.

 

Oppure nel film Viale Giorgio Morandi girato a Tor Sapienza (composto da tre episodi: Quasi Eroi, Se avessi le parole e Obbligo o verità), in cui i ragazzi della periferia romana hanno ideato e interpretato i personaggi dei loro racconti.

Una Roma realisticamente pasoliniana, una ripresa in bianco e nero, una genuinità di giovani, tutti elementi che rendono il lavoro del regista un capolavoro di quotidianità.

Se avessi le parole. Fonte: Kino produzioni

Un po’ come il docu-film di Gianfranco Rosi dal titolo Sacro GRA, che nei suoi colori vividi mette il focus su una romanità disagiata, ai margini sia fisici sia sociali della città.

 

Giovanni Piperno si esprime da sempre attraverso il documentario e, come afferma in un’intervista su MovieMag, l’elemento fondamentale per realizzarne uno sta nel costruire una relazione con i futuri protagonisti.

Il suo consiglio è quello di creare un rapporto alla pari con le persone, a telecamere spente per favorire un do ut des di fiducia e confidenza.

Voci a domicilio. Fonte: Cinema italiano

Il regista sostiene che la sua presenza tecnica non scompare mai, nemmeno dopo mesi di riprese, ma lo sguardo extradiegetico permane per fare da filtro al frammento di realtà che inquadra.

Il suo metodo si basa infine sui casting, necessari per la scelta delle persone più adatte al formato documentaristico e per la delineazione di due linee guida: motivazione e forza cinematografica.

 

Il cortometraggio

Voci a domicilio, realizzato nel 2019 e presentato al Perso Festival nel 2020, è stato ideato dalla cooperativa sociale Cabiria con l’intento di sensibilizzare il pubblico a proposito della malattia mentale.

 

Il protagonista del corto è un rider che consegna pizze a domicilio, ma quando entra nelle abitazioni sente una vocina tediante che gli parla di luoghi comuni.

Il rider rimane scosso da questa voce insistente che lo disturba quotidianamente, ma continua a lavorare serenamente.

 

L’unico dialogo significativo è quello tra il protagonista e una cliente che lo aiuta a liberarsi da questo disturbo interiore, o per lo meno a conviverci.

La signora descrive questa voce come un tormento, un fischio, un’ansia perenne e perciò consiglia al ragazzo di parlarci, senza avere paura.

Fonte: Perso film festival

All’ennesima petulanza della voce il ragazzo la interrompe e ci parla, rimandando l’appuntamento con lei ad un altro giorno, ma la voce lo incalza cantandogli una canzone rap sulla pizza.

Questo motivetto viene poi canticchiato dal rider mentre prepara i cartoni per la pizza nel ristorante ed elogiato dalla cameriera (di cui, forse, è segretamente innamorato) riferisce di averla inventata lui, scoprendo così di poter trarre giovamento da ciò che lo tormentava.

 

I temi affrontati dalla voce sono palesemente ironici e provocatori: prima il ritorno alla lira, poi una canzone divertente sulla preparazione della pizza e infine l’invettiva sugli africani che vengono in Italia a rubare le donne e il lavoro agli italiani.

 

Le luci accecanti dei lampioni, delle candele e delle luminarie si stagliano fastidiosamente dal buio della notte, come ad indicare per analogia il disturbo dell’udire le voci.

La musica classica della scena iniziale e di quella finale invece, vuole introdurre lo spettatore in un’atmosfera lieta che viene spezzata poi dalla realtà e dalle difficoltà della vita.

 

Una commedia che racconta con leggerezza una malattia, una sorta di cineterapia che coinvolge in prima persona coloro che solitamente rimangono ai margini.

Una realtà, seppur cruda, che viene rappresentata in chiave ironica e che favorisce il reinserimento dei soggetti psichiatrici nella società.

Il corto è fruibile sul sito Doc a casa fino al 26 aprile.

Buona visione!

 

Articolo a cura di Veronica Cirigliano

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