My sweet grappa remedies. Un’emotiva anonima giapponese

My sweet grappa remedies. Un’emotiva anonima giapponese
Una scena del film (Fonte: asianmoviepulse.com)

Yoshiko ha quarant’anni ma non li dimostra: ha un taglio di capelli perfettamente semplice e ordinato, così come il suo adeguatissimo stile normcore; è single, senza figli, con un buon lavoro, una bicicletta che tratta come un essere umano, adora il mare ma non per fare il bagno, è perfettamente a suo agio a casa (in una sorta di volontario lockdown ante-litteram) e gode della compagnia di una buona bottiglia di grappa “Beata”, che la regista giapponese ha scoperto e amato nelle sue precedenti incursioni a Udine al Far East Film Festival. Una perla della ventiduesima edizione del Far East Festival è infatti, senza dubbio, la pellicola di 108 godibilissimi minuti della regista Akiko Ohku, My sweet grappa remedies, una visione decisamente poetica e assolutamente commovente tratta dal romanzo di Jiro, noto autore comico che per anni ha impersonato questo caratteristico personaggio in una sorta di tragicomico diario, a ulteriore dimostrazione del fatto che spesso i più sensibili e coriacei sostenitori femministi sono  – e dovrebbero essere – gli uomini. 

La storia di Yoshiko

Yoshiko, introversa ma non solitaria, discreta e educata, si innamora, costantemente e profondamente, di tutto e tutti: sussurra delicatamente agli insetti che la disturbano, si immagina madre dei figli (degli altri) che incontra al parco, guarda con nostalgica proiezione gli anziani innamorati, instaura conversazioni contemplative e rigorosamente telepatiche con oggetti e persone. Ma non disdegna relazioni intermittenti con uomini e coltiva amicizie profonde, anche grazie al suo “dolce rimedio” alcolico e taumaturgico, che le permette di oltrepassare le barriere interiori e fisiche, donandole paradossalmente la lucidità di cui sembra completamente priva.  

La narrazione scorre lieve, tenera, divertita; mai si percepisce il patetismo chiassoso e volgare della Bridget Jones disperata e scoraggiata. Il corrispettivo occidentale più pertinente a questo ritratto poetico, sognante e scanzonato rimane l’opera della video-artista Miranda July Me and you and everyone we know, in cui la protagonista, come Yoshiko, lascia il tempo allo spettatore di metabolizzare e armonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda. 

La storia di un cammino

Le novità amorose e relazionali che irrompono con delicatezza ma con forza nella vita della giovane donna le permettono di arricchire il suo diario di nuovi e preziosi aneddoti, in una nuova e ritrovata rivitalizzazione che non si trasforma in ridicolo sogno adolescenziale, ma in un maturo, consapevole e difficile cammino. Un racconto cinematograficamente sui generis, quasi impalpabile e indefinibile, che penetra con passione, bizzarria e complessità nel delicato universo femminile oltre ogni convenzione. Un universo femminile che la regista giapponese ha indagato e attraversato in lungo e in largo, dando spazio e voce a tutte le generazioni di donne in tutte le diverse e problematiche stagioni della vita, riscoprendo e valorizzando il loro potenziale unico. 

Yoshiko è, alla fine e per fortuna, una di noi, perfettamente centrata e salda nelle sue divagazioni e nella sua totale incompletezza e incompiutezza, alla costante ricerca di un equilibrio e di una sintonizzazione personale e universale.   

Perché non esiste un solo e unico modo di stare al mondo e affermare la propria personalità nel mondo; perché anche se ci sentiamo soli o isolati, nella maggior parte dei casi non lo siamo mai del tutto. 

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