Far East Film Festival. Note a margine del dopo-festival

Far East Film Festival. Note a margine del dopo-festival
Una scena del film Exit (Fonte: www.fareastfilm.com)

Sabato 4 luglio si è chiusa ufficialmente la ventiduesima edizione 2020 del Far East Film Festival, una delle più importanti rassegne europee dedicate al cinema orientale. 

A situazione eccezionale, misure eccezionali: impossibilitati dal Covid a pianificare il festival nella sede originaria di Udine, gli organizzatori Sabrina Paracetti e Thomas Bertacche hanno optato per un’estensione alternativa e totale delle proiezioni su MyMovies, il più grande cinema digitale ai tempi del lockdown. Un’edizione, quindi, all’insegna del comfort e della sicurezza, ma che ha comunque mantenuto il contatto necessario tra pubblico e film con una ricca scelta di film on demand, ma con un rispetto religioso del calendario delle dirette, tra le quali spicca quella finale con il trionfo più che legittimo di Better Days di Derek Tsang, al quale è stato aggiudicato il Gelso d’oro. Una vasta panoplia di generi ha caratterizzato la particolare edizione di quest’anno: dal fantasy al drammatico, dalla commedia romantica al noir, il cinema pop asiatico ha offerto un panorama ricco di spunti interessanti provenienti dalla Cina, Corea del Sud, Giappone, Filippine, Indonesia e Malaysia, che con Victim(s) di Layla Ji è riuscita  a salire sul podio per la prima volta. Tra i numerosissimi film proposti, alcuni dei quali in assoluta anteprima mondiale, degni di nota rimangono il taiwanese I WeirDo di Liao Ming-yi e Exit di Lee Sang-geun

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Una scena del film I WeirDo (Fonte: www.fareastfilm.com)

Se queste sono le pellicole più amate e premiate dalla critica specializzata e dal nucleo compatto di spettatori, una rosa di preferenze va accordata ad alcune opere diversissime per genere e trama, ma caratterizzate da una tendenza piuttosto sorprendente di “occidentalizzazione” del cinema orientale; una sorta di globalizzazione della settima arte che sembra aver investito ultimamente l’immaginario visivo asiatico. Ne è un esempio il drammatico film di posticcia matrice truffautiana I’m really good di Hirobumi Watanabe che, con la sua scelta sonora europeizzante e un piatto effetto cromatico digitale bianco e nero, fa eco alla nuova versione bicolore di Parasite, alla ricerca di una nuova esperienza filmica sulla scia dei vecchi tempi passati.  

Il parossismo metacinematografico impera in My prince Edward, di Norris Wong, in cui i riferimenti a Jarmusch e Gondry non rappresentano un semplice accessorio, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti. Galeotto l’alcol che muove la storia di My sweet grappa remedies di Akiko Ohku, una poetica ode alla solitudine. 

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Una scena del film My prince Edward (Fonte: filmwww.fareastfilm.com)

Per gli amanti del genere catastrofico resta imperdibile Ashfall di Lee Hae-jun e Kim Byung-seo, un vero e proprio blockbuster coreano dal budget low-cost ma che non ha nulla da invidiare ai colossal americani del genere. Immancabili in un catalogo di cinema asiatico, i film horror rappresentano tuttavia in questa edizione il più basso gradino dal punto di vista narrativo e di conduzione cinematografica, con la claustrofobica storia coreana The closet di Kim Kwang-bin e la profezia millenaria dell’indonesiano Impetigore di Joco Anwar.  

Sicuramente più godibile il thriller The man standing next di Woo Min-ho, nonché il documentario di critica militante I-documentary of the Journalist di Tatsuya Mori, che segue la difficile vita professionale della giornalista Isoko Mochizuki e della sua imperterrita lotta verso lo svelamento delle bugie governative. 

Coronavirus permettendo, la prossima edizione 2021 (dal 23 aprile al 1 maggio) la cui data è già stata svelata per esorcizzare ogni paura e dimostrare una forte volontà di intenti, riserverà, come nei ventidue anni precedenti, una proposta varia, interessante e adatta a tutti gli esigenti palati, avidi amanti di cinema orientale.

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