When they see us, la serie Netflix che denuncia il razzismo in America

When they see us, la serie Netflix che denuncia il razzismo in America
(Fonte: IMDB)

Nell’iconografia classica la giustizia è rappresentata bendata, a simboleggiare l’equità del giudizio. A volte, però, il velo cade e anche la più integerrima delle imparzialità si trasforma in dubbio, arbitrio, dramma. La storia dei “Central Park Five” ne è una delle testimonianze tangibili, come dimostra la miniserie statunitense When they see us, realizzata da Ava DuVernay per Netflix – con il contributo non indifferente di Oprah Winfrey – oggi più che mai attualissima alla luce degli avvenimenti e degli abusi di potere di matrice “razziale” che hanno (di nuovo) scosso l’America e dato vita al movimento Black live matters. La storia dei cinque ragazzi di colore newyorkesi risale alla sera del 19 marzo 1989, quando, all’epoca adolescenti, vengono sorpresi a Central Park da una pattuglia di poliziotti, arrestati, interrogati fino allo sfinimento e alla fine costretti a confessare di aver ridotto in fin di vita una giovane donna bianca, Trisha Meili. Sullo sfondo, un quadro politico in cui Donald Trump, allora come oggi, invocava la pena di morte per i giovani presunti stupratori.  

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(Fonte: IMDB)

Una serie tratta da una storia vera 

Il processo è, ça va sans dire, sommario, condotto separatamente e con un’altrettanto approssimativa gestione delle indagini da parte dell’ex procuratore Linda Fairstein, interpretata da una credibile Felicity Huffman. Il verdetto scontato: quattro di loro, minorenni (Raymond Santana, Kevin Richardson, Antron McCray, Yusef Salaam), sono accusati di stupro e detenuti con il massimo della pena. A Korey Wise (il pluripremiato Jharrel Jerome) il quinto ed unico sedicenne, viene imputato il “solo” reato di assalto, ma sarà costretto a scontare la sua pena in strutture per adulti, elemento che segnerà ancora e più degli altri il corso della sua esistenza. Solo nel 2002, grazie alla confessione del vero colpevole, Matias Reyes, e alla confutazione delle prove genetiche, elemento assolutamente trascurato nelle sedute processuali precedenti, i presunti colpevoli, ormai adulti, vengono destituiti dalle accuse e scarcerati. 

La miniserie Netflix, di quattro episodi di durata crescente e da guardare tutta d’un fiato, si concentra nella prima metà sulla ricostruzione dei fatti, del processo e della detenzione degli allora giovani ragazzi; la seconda metà penetra nelle profonde piaghe umane che accompagnano la fase di scarcerazione degli ormai giovani adulti e della loro difficilissima, ma ancora possibile, reintegrazione nelle loro famiglie d’origine e in una società in cui non riescono più a riconoscersi. 

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(Fonte: IMDB)

Piena di umanità e senza troppi superficiali indugi sul cliché razziale, la serie mantiene una certa eleganza nella presentazione di un caso che, ai tempi, aveva profondamente scosso la società americana e indignato cineasti e artisti che nel corso degli anni hanno dedicato documentari (come quello di Ken Burns) e opere intorno a questo episodio. Il calvario dei ragazzi, interpretati da attori poco noti ma di straordinaria grazia, delle loro famiglie, i cui attori sono più riconoscibili dal pubblico abituato, e dei loro avvocati (in cui si riconosce il cameo dell’ormai maturo Joshua Jackson) viene portato avanti da una regia dedita alla cura e all’attenzione ai minimi dettagli emotivi, ma senza alcun tipo di spettacolarizzazione morbosa. Tra cadute e ascese, i Cinque di Central Park ottengono la loro rivincita pubblica e personale, portando con dolore ma con orgoglio i segni di un’esistenza infranta da una vicenda di ordinaria ingiustizia. 

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