IT Capitolo II: un incubo che prende forma, per sempre

IT Capitolo II: un incubo che prende forma, per sempre
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Si cresce, si cambia. Si modificano gli aspetti più importanti della propria vita personale, privata, intima, affettiva, lavorativa.

Cambiano le abitudini, gli impegni, le preoccupazioni: quello che però rimane costante (quasi sempre) sono quelle paure che non si sono risolte a suo tempo, che sono rimaste sepolte nella profondità di ciascuno di noi perché si crede che lì possano rimanere, per sempre.

Tornare al cinema per vedere “IT – Capitolo II” è dunque a tutti gli effetti una prova di coraggio, da molteplici punti di vista: per chi ha amato il libro di Stephen King alla follia, perché si teme che non tenga fede allo scontro finale tra i Perdenti e Pennywise.

Per chi ha sempre guardato con un po’ di sospetto i film horror moderni, che spesso e volentieri perdono di credibilità e tendono a far venire più sonno che brividi e sussulti.

Per chi non comprende come un clown possa rappresentare un elemento così inquietante tanto da traumatizzare fortemente quelli che erano dei bambini, ma che ora sono diventati adulti, hanno le loro vite, i loro successi personali.

Sono passati 27 anni da quando Mike, Eddie, Bill, Bev, Ben, Stan e Richie hanno affrontato apertamente le loro paure e il mostro IT, ma non essendo sicuri di averlo debellato per sempre hanno stretto un patto di sangue: se il mostro fosse tornato, sarebbero tornati anche loro.

Tornare, perché loro sanno di voler scappare il più lontano possibile da Derry e così faranno: ma le loro paure non rimarranno lì, al contrario li seguiranno nelle loro nuove città, nelle loro nuove vite, nei loro nuovi rapporti.

La ragazza dai capelli infuocati Beverly Marsh continua a ricadere in una spirale di autolesionismo, scegliendo come marito la fotocopia del padre: un uomo che la mortifica, che le mette le mani addosso, che le urla in faccia “Tu senza di me non vali niente!!” e che la fa sentire ancora piccola.

Come lei, anche gli altri non sono stati in grado di risolvere i traumi che in un qualche modo hanno travolto la loro infanzia e influenzato il loro futuro: come nota Bill, che appena rientra a Derry ritorna ad essere Bill Tartaglia, balbettante e insicuro, benché sia ormai uno scrittore di successo.

Ma IT è tornato, il clown ballerino è tornato ed è più affamato di prima: il regista Andy Muschietti (che già ci aveva dato un assaggio interessante della sua personale visione di Pennywise, sempre sotto la costante guida del Re Stephen King), in questa seconda parte riesce in quello che i film horror oggi non riescono più: ci terrorizza.

Riesce a farlo non soltanto grazie agli effetti speciali, agli effetti sonori, alle straordinarie capacità dell’attore Bill Skarsgård (le sue espressioni e la sua bravura nel modulare la voce del clown vanno oltre l’immaginabile), ma anche perché riesce a spaventare e a far sparire le persone nelle poltrone traendo spunto da quello che attanaglia TUTTI indistintamente: la paura.

Partire da un concetto così semplice è stata una prova non così banale: un’emozione, una sensazione, difficile da controllare, da dominare, da affrontare. Ma il Club dei Perdenti riesce nell’impresa, riuscendo a capire (dopo diversi tentativi, i quali causeranno dolorose perdite) in che modo davvero possono distruggere Pennywise.

Non servono armi particolari, non servono riti specifici (anche se come il regista ha reso lo spiegazione del Rito di Chud è d’effetto), ma serve una pratica quasi psicologica: dal momento che IT incarna tutte le paure dei Perdenti, loro capiscono che l’unico modo è cercare di rendere.. più piccole.

Le paure quasi sempre non sono reali, non sono concrete e sono solamente nella nostra testa: siamo noi a farle diventare più grandi di quello che sono nella realtà, ma quando capiamo come affrontarle improvvisamente diventano più piccole e cosa succede?

Queste spariscono, si volatilizzano, tanto che stentiamo addirittura a ricordarcene e improvvisamente tutti quegli aspetti della nostra vita che quella paura blocca, vanno velocemente al loro posto e si sistemano.

Così succede a Bill, a Bev, Ben, Richie e al resto del gruppo. Gli attori scelti per interpretare i perdenti da adulti sono esattamente come ce li si può immaginare: le loro espressioni, le loro voci sono proprio come quelle che il libro faceva saltare fuori con prepotenza e che permetteva al lettore di averli di fronte, al posto del romanzo.

Altro fattore di successo di questo film è la durata: 3 ore ininterrotte, senza pause, senza momenti di “noia”, senza alcun calo dell’attenzione dello spettatore, nonostante l’ultima ora e mezza si svolga in una condizione di buio quasi costante e intenso.

La paura la fa da padrona per tutta questa storia, ma come ci si augura sempre anche questa strega alla fine viene sconfitta. E il Clown non balla più.

 

 

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