L’Europa e il problema immigrazione

L’Europa e il problema immigrazione

Lampedus1

L’Europa è diventata dall’inizio del 21° secolo la principale regione di immigrazione nel mondo, davanti all’America del Nord. Negli Stati Uniti e nel Canada, la maggior parte dei migranti (Cinesi, Messicani, Africani e Asiatici), si integrano rapidamente e lavorando sodo. Il loro obiettivo è proprio quello di diventare cittadini Americani o Canadesi a tutti gli effetti, fieri della loro cultura e della loro terra di origine. Questo processo di integrazione è facilitato dalla cultura. Metà dei nuovi arrivati, infatti, ha una formazione universitaria.

Il contesto europeo è di tutt’altra caratura. I poteri pubblici respingono i migranti desiderosi di lavorare. Questa attitudine dissuade i migranti ad integrarsi nella società che li accoglie. L’esplosione dell’immigrazione europea comportò paradossalmente restrizioni all’ingresso legale dei lavoratori negli anni 1970.
Prima del 1974, i paesi europei accoglievano liberamente i giovani lavoratori provenienti dall’Africa del nord, dalla Turchia e anche dall’Africa nera nella misura in cui trovavano lavoro. Alcuni di loro si fondevano completamente nella nuova nazione. Tuttavia, la maggior parte nostalgica delle proprie radici, tornava a casa per farsi sostituire da un figlio o da un nipote.

All’origine del flusso migratorio, oggi, non c’è più solo il fattore economico e la povertà, cosa che complica notevolmente la ricerca di una soluzione del problema. Certamente, l’approccio economico del fenomeno non risponderebbe ai problemi dei migranti che fuggono in massa da paesi sotto dittature radicate come l’Eritrea, dove l’autorità dello Stato si è sbriciolata come in Libia, senza dimenticare la situazione Siriana e l’avanzata dello Stato islamico. Sullo sfondo di conflitti confessionali o etnici come in Centrafrica, in Sudan e in Somalia l’Africa vive una migrazione molto estesa. Le cause sono da ricercarsi nei conflitti scatenati dalle organizzazioni terroriste quali Al Qaeda, ISIS, molto attive in Medio Oriente dove altri gruppi quali i nigeriani di Boko Haram, i Shaabab somali, prestano loro sostegno.

Esistono situazioni in cui un sostegno di natura finanziaria potrebbe risolvere alcuni problemi per ridurre il flusso migratorio. Si dovrebbe permettere ai paesi che hanno conosciuto guerre e conflitti di ricostruire, come l’Etiopia o la Repubblica democratica del Congo. Occorre stimolare una crescita. I paesi più ricchi del mondo contribuiscono a questo sviluppo. In 40 anni, hanno quasi triplicato il volume, raggiungendo la somma di 134 miliardi di dollari nel 2014.
Globalmente, l’aiuto allo sviluppo ha rappresentato solo lo 0,29% del PIL (Prodotto Interno Lordo), dei paesi ricchi secondo le stime dell’OCDE. Gli Stati Uniti hanno consacrato 32 miliardi di dollari per questo sostegno. In percentuale di PIL, gli Stati Uniti sono solo allo 0,19%. I paesi europei sono lontani dagli obiettivi stabiliti nel 2005, fissando allo 0,7% del PIL l’ammontare degli aiuti per i paesi poveri. L’Unione Europea e gli Stati membri forniscono attualmente 56 miliardi di euro.

Tenuto conto della dispersione dei sostegni (a paesi dell’Asia, dell’America del sud e dell’Europa), l’aiuto reale per i paesi più poveri è diminuito secondo le stime dell’OCDE. Ad esempio, nel 2011 il continente ha percepito solo i due terzi del budget stabilito nel 2006. In queste condizioni il Parlamento europeo ha ricordato che l’ordine degli Stati membri dell’UE a esortato la stessa Unione a rispettare l’aiuto pubblico. Ne va dell’equilibrio economico e demografico dei due continenti.
Tuttavia, il problema non è solo quantitativo, ma allora quali sono gli altri? In primis l’efficacia degli aiuti. Generalmente è valutata dall’OCDE che realizza tutta una serie di pratiche e analisi delle politiche condotte da ogni membro dell’organizzazione.

Si tratta di chiarire i programmi, quelli che possono preparare il continente nero a migliorare la propria autosufficienza alimentare, l’educazione, le politiche della sanità e l’anticipo del riscaldamento globale. Per ricavarne la massima efficacia, l’aiuto in questione deve necessariamente associare le popolazioni locali destinate a prendersi carico della messa in atto degli stessi.

Stabilita l’efficacia del sostegno, occorre pianificare la sua tracciabilità. L’opacità delle condizioni di utilizzo aggravate dal fenomeno endemico della corruzione, è un problema ricorrente che contribuisce largamente al conseguente impoverimento delle regioni intere.
Infine, la legittimità dell’aiuto. Fornire un aiuto ai paesi in via di sviluppo che proteggono i terroristi, pone un grande problema per i paesi donatori. Non si tratta di penalizzare le popolazioni vittime di gruppi armati.

Che si tratti del cibo, di equipaggiamenti, di materiali intercettati da imprese che non ne sono destinatarie, nessuna politica efficace può essere applicata se i fondi vengono deviati dal loro obiettivo di origine. Il problema quindi non è inerente all’aiuto ma all’uso che se ne fa.
Ad ogni modo, per sperare di ridurre il flusso migratorio permettendo alle popolazioni di vivere nei loro paesi di origine, non si deve agire solo economicamente. Se possono essere trovate soluzioni alle migrazioni di massa, non impedirebbero il flusso di cui l’Europa, d’altronde, ha bisogno. Al contrario, avrebbe un’incidenza evidente sul carattere d’urgenza e sulle conseguenze importanti circa la struttura e il volume del flusso migratorio.

L’aiuto finanziario è comunque considerato un imperativo necessario ma non determinante per la risoluzione del problema e delle sue conseguenze. Basta dare un’occhiata in Africa. Prendiamo ad esempio l’Etiopia: 10% di crescita dei cantieri ovunque. Ma gli stipendi sono di 30 euro mensili. E milioni di Etiopi cercano la soluzione nella fuga attraverso l’immenso pericolo che rappresenta la traversata in condizioni disastrose, rischiando di finire in mare. Oppure il Kenya: il 6% di crescita delle costruzioni a Nairobi, quasi tutta la popolazione è dotata di un cellulare ma metà della stessa non ha accesso all’acqua potabile. Così come la Nigeria: primo produttore di petrolio del continente ma il 50% dei suoi cittadini non ha l’elettricità, senza dimenticare i massacri di Boko Haram. Stessa situazione per la potenza economica africana il Sud Africa: quasi il 20% del PIL ma una situazione sociale delicatissima, degrado di infrastrutture e quadro politico decisamente teso con la presidenza di Jacob Zuma.

Quanti altri Africani dovranno morire? Secondo le ricerche di organi specializzati saranno circa 500 000 gli Africani che tenteranno la fuga verso la terra promessa.

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