Avversario per destino, romanista per sempre
Ieri, nel gelo dell’Olimpico che ti entra nelle ossa, c’era una strana atmosfera. Non per la partita in sé, non per quello che si poteva vedere in campo. Nei famosi pre partita, composti da amici, familiari, fidanzate e fidanzati, nessuno parlava di tattica, di formazioni o di altro. Si parlava solo di un grande amore e del suo ritorno, per la prima volta da avversario. Del resto, lo ha detto lui stesso: tornare in quello stadio è come ritrovare il primo grande amore della tua vita, per cui proverai sempre qualcosa di speciale anche a distanza di anni. Un abbraccio, una carezza che vorrai sempre nella vita.
Quindi, eccolo lì, in piedi, con la sua bottiglietta nell’incrocio delle linee dell’area tecnica. Cerca di non guardare le 67.000 persone che lo osservano, che lo chiamano urlando il suo nome. Daniele, Daniele, si sente da ogni seggiolino. Si gira qualche volta, timidamente, quasi goffo davanti al pubblico che per oltre 700 partite lo ha acclamato, glorificato, tatuato sulla propria pelle. Saluta, ma poi braccia chiuse. Osserva la partita. Ora allena il Genoa, ed è giusto che pensi solo a quello.
Il primo tempo si consuma rapidamente. Tre a zero per Gasperini. Con quel pizzico di sarcasmo e ironia tipicamente romana che è dolore e amore allo stesso tempo, i primi cori e striscioni si alzano solo dopo il vantaggio giallorosso. Lui alza una mano, ringrazia nonostante tutto e rimane lì, concentrato, con gli occhi però pieni di gioia.
Il secondo tempo è agonia pura. Non per le squadre in campo, ma per noi seduti, consapevoli che non accadrà nulla di eccitante dato risultato già acquisito. Ed è infatti nella noia, quando ti stringi nella sciarpa che porti sempre con te, respirando quei colori, che il tuo sguardo si posa solo su quell’uomo con la barba in panchina. Passeggia, nervoso. E mentre lo guardi, ripensi a tutto quello che avete vissuto insieme. Ognuno ha i propri ricordi, le battaglie che sceglie sue, le partite che gli sono rimaste nel cuore. La costante rimane: il comandante, il condottiero di quei ricordi è e sarà sempre Daniele De Rossi.
Così che al fischio finale, l’emozione si trasforma in voce, in gesto pratico. De Rossi saluta ogni singolo giocatore della Roma come se fosse ancora la squadra che ha allenato per troppo poco e di cui ha sempre parlato bene. Scusate, mi correggo, sono proprio i giocatori che, esattamente come noi tifosi, aspettano la fine per correre ad abbracciarlo mentre l’Olimpico versa il suo amore. De Rossi lo aveva promesso, alza la mano, saluta il suo pubblico e corre, con il passetto emozionato, sotto la Curva Sud. Il muro di gente applaude, canta, lo omaggia. Alle sue spalle, la squadra ferma, immobile, commossa, che osserva questo amore eterno che solo chi è romano e romanista può spiegare. Quindi che solo uomini come Daniele De Rossi possono spiegare.




