Cinquant’anni fa Tina Anselmi, la prima donna ministra della Repubblica
Il 29 luglio 1976 Tina Anselmi entrò nella storia della Repubblica come prima donna a guidare un ministero. Nel terzo governo Andreotti le venne affidato il dicastero del Lavoro e della Previdenza sociale: una nomina destinata a segnare una svolta nelle istituzioni italiane, ma che arrivava al termine di un lungo percorso politico e amministrativo, costruito ben prima di quel giorno.
Nata a Castelfranco Veneto nel 1927, durante la Seconda guerra mondiale partecipò alla Resistenza come staffetta partigiana con il nome di battaglia “Gabriella”. Dopo il conflitto si laureò in Lettere, insegnò nelle scuole e affiancò all’attività professionale l’impegno sindacale nella Cisl, dedicandosi in particolare ai temi della tutela del lavoro femminile e della maternità. Da quell’esperienza maturò progressivamente anche il suo percorso politico nella Democrazia Cristiana, con cui venne eletta alla Camera dei deputati nel 1968.
Quando entrò al governo non era quindi una novità della politica italiana, ma una parlamentare con una solida esperienza istituzionale, maturata anche attraverso diversi incarichi da sottosegretaria al Lavoro. Da ministra contribuì a rafforzare le politiche a favore delle lavoratrici e sostenne il percorso che portò all’approvazione della legge del 1977 sulla parità di trattamento tra uomini e donne nel lavoro, uno dei passaggi più importanti nel riconoscimento dell’uguaglianza professionale. Nel 1978 passò al Ministero della Sanità. Durante il suo mandato fu approvata la legge che istituì il Servizio sanitario nazionale, una riforma alla cui realizzazione diede un contributo determinante e che introdusse un sistema di assistenza sanitaria fondato sul principio dell’universalità delle cure.
La sua carriera è legata anche a uno dei capitoli più delicati della storia repubblicana. All’inizio degli anni Ottanta fu chiamata a presiedere la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, diventando anche in questo caso la prima donna a ricoprire un incarico di tale rilievo. L’inchiesta contribuì a ricostruire i rapporti tra politica, apparati dello Stato, finanza e altri centri di potere, in un contesto segnato da forti tensioni e resistenze. Rigore istituzionale e autonomia di giudizio rimasero le caratteristiche che accompagnarono tutta la sua esperienza pubblica. Pur restando nella Democrazia Cristiana, seppe mantenere un profilo indipendente, guadagnandosi il rispetto anche di molti avversari politici. Nel 1992 concluse la sua esperienza parlamentare, dopo ventiquattro anni alla Camera.
Tra i temi ai quali dedicò maggiore attenzione vi furono anche i diritti delle donne; sostenne la necessità di superare un’impostazione normativa che per lungo tempo aveva considerato la violenza sessuale un reato contro la morale pubblica anziché contro la persona, anticipando un cambiamento culturale e giuridico che sarebbe stato recepito dall’ordinamento italiano solo negli anni successivi. Negli ultimi anni continuò a occuparsi della memoria della Resistenza, delle conseguenze delle leggi razziali e della difesa dei valori democratici, ribadendo più volte come i diritti non possano essere considerati acquisiti per sempre, ma vadano tutelati e rinnovati attraverso l’impegno civile.
A cinquant’anni dalla sua nomina, Tina Anselmi resta una delle figure più autorevoli della storia repubblicana. La sua eredità non si misura soltanto nel primato di essere stata la prima donna ministra d’Italia, ma anche nel contributo offerto ad alcune delle riforme più importanti del Paese e nell’idea di una politica fondata sul senso delle istituzioni, sulla responsabilità e sul servizio alla collettività.




