Ilaria Salis condannata per aver licenziato due collaboratori “senza giusta causa”
Ilaria Salis, europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, è stata condannata per aver licenziato due collaboratori “senza giusta causa”. Dovrà risarcire i due assistenti di un totale di oltre 300mila euro. La notizia è stata data in questi giorni dall’agenzia di stampa Adnkronos, ma la sentenza è dello scorso marzo. La vicenda ha riacceso le critiche verso l’eurodeputata, dopo l’arresto in Ungheria per aver aggredito dei militanti di estrema destra durante le manifestazioni del “Giorno dell’Onore”, nel febbraio 2023, la sua scarcerazione e successiva elezione come europarlamentare con Alleanza Verdi e Sinistra nel giugno 2024.
I due ex collaboratori avevano lavorato nella campagna elettorale che ha portato Salis a sedere nel parlamento europeo, con due contratti che sarebbero dovuti scadere nel luglio 2029 (in corrispondenza con la fine del mandato di Salis), ma sono stati licenziati pochi mesi dopo, nel febbraio 2025, senza preavviso. Come fa notare il Fatto Quotidiano, il Tribunale di Milano ha ritenuto entrambi i contratti di lavoro come parasubordinati, essendo un co.co.co. e una Partita Iva. i due contratti prevedevano mansioni simili e una retribuzione di 2.900 e di 3.000 euro mensili. Secondo la denuncia, la prima assistente aveva ricevuto un recesso anticipato del contratto per il “venir meno del rapporto fiduciario”, mentre al secondo era stato revocato l’incarico con effetto immediato “tenuto conto della manifesta insoddisfazione riguardo ai contenuti della sua collaborazione”. Secondo la sentenza del Tribunale di Milano, “spetta certamente alla datrice di lavoro l’onere della prova della giusta causa”, ma Salis “non ha evidentemente assolto al proprio onere nel rimanere contumacia”. Nel linguaggio giuridico, la contumacia indica la condizione di una persona citata in giudizio o un imputato che sceglie di non presentarsi o di non costituirsi formalmente in tribunale.
Ilaria Salis si difende in un video pubblicato sui social, affermando di non aver mai ricevuto le notifiche del procedimento avviato dai suoi ex collaboratori. L’europarlamentare sostiene, infatti, di non aver avuto “la possibilità di difendersi nel giudizio di primo grado”, dato che si è svolto a sua “insaputa”. “Pur essendo perfettamente note le modalità con cui notificarmi gli atti – sarebbe stato sufficiente inviare una comunicazione alla mia casella di posta elettronica o alla mia Pec – la notifica non mi è mai pervenuta”, si difende Salis. Soltanto alla seconda notifica sarebbe venuta a conoscenza del processo: «l’hanno mandata alla stessa residenza, ma l’ufficiale giudiziario ha lasciato un avviso e sono andata a ritirarla». Tuttavia, la versione non convince molti, che ritengono che gli avvisi vengano sempre inviati dagli ufficiali giudiziari, anche la prima volta. Nello stesso video, Salis spiega, inoltre, le motivazioni del licenziamento dei due ex collaboratori: “Li conoscevo da molto, avevano seguito da vicino e per primi la mia vicenda in carcere a Budapest. Ma col tempo quel legame si è logorato fino a spezzarsi. Pensavo non avessero secondi fini e invece ho sempre più avuto l’impressione che volessero far pesare il loro ruolo per influenzare le mie decisioni”.
Il risarcimento del danno stabilito complessivamente è di 300.900 euro per i mancati guardati dei due lavoratori, a cui si aggiungono altri 10.000 euro per le spese legali. Ilaria Salis ha dichiarato che presenterà ricorso, in caso di condanna definitiva l’eurodeputata rischia il pignoramento dello stipendio. I due avvocati degli ex collaboratori hanno dichiarato all’Adnkronos che per loro “parla la sentenza”. Il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni ha affermato che rimane “sempre per il rispetto delle sentenze e, a maggior ragione, dei diritti dei lavoratori. Salis ha detto di confidare che il giudizio di appello possa fare piena chiarezza sulla vicenda. Aspettiamo esito”. Più critico il collega di partito Mimmo Lucano, che, nonostante la difesa nei confronti di Salis, sostiene che “i lavoratori non possono essere mandati a casa così”.




