Ex Ilva, ore decisive: il piano Jindal e la battaglia per il futuro di Taranto
Il destino dell’ex Ilva si deciderà a Roma il 28 luglio, data per cui il governo ha convocato a Palazzo Chigi un vertice d’emergenza con i sindacati. Al centro della discussione c’è il futuro del più grande polo siderurgico d’Europa, oggi in grave crisi, e un’offerta d’acquisto che sta scatenando una vera e propria tempesta politica e sociale: quella del colosso indiano Jindal.
La tensione all’interno dello stabilimento pugliese è ai massimi storici. Attualmente la fabbrica viaggia a scartamento ridotto, con una produzione ridotta al minimo e gran parte degli impianti fermi. A questo si aggiunge il dramma della cassa integrazione per migliaia di lavoratori, che pesa come un macigno sulle famiglie del territorio. Il vertice di fine luglio rappresenta quindi l’ultima spiaggia per evitare il collasso definitivo.
Jindal è uno dei grandi gruppi industriali in corsa per comprare l’acciaieria. L’arrivo di un gigante mondiale dovrebbe essere (almeno sulla carta) una buona notizia, ma il suo piano per Taranto spaventa i lavoratori. Secondo le indiscrezioni sul tavolo, l’idea di Jindal sarebbe quella di cambiare radicalmente il modo di lavorare in fabbrica. Invece di produrre l’acciaio da zero a Taranto (la cosiddetta “area a caldo”, che comprende i famosi altiforni), il gruppo vorrebbe importare l’acciaio grezzo dall’Oman e utilizzare lo stabilimento pugliese solo per le ultime fasi di lavorazione e finitura.
Questa proposta ha compattato i sindacati (Fim, Fiom, Uilm) in un fronte di fermo rifiuto. I motivi di preoccupazione sono principalmente tre: i posti di lavoro, la perdita di autonomia e le promesse dei concorrenti. Spegnere la produzione primaria significa, inevitabilmente, tagliare centinaia di posti di lavoro, sia all’interno della fabbrica sia tra le ditte dell’indotto locale. Oltre a questo, se smettessimo di produrre acciaio primario l’Italia perderebbe la sua “sovranità siderurgica”, diventando totalmente dipendente dall’estero per una materia prima fondamentale. Altri pretendenti in corsa per l’acquisto, come il gruppo Flacks, promettono invece di rilanciare la produzione al 100% salvaguardando l’occupazione, rendendo il piano Jindal ancora meno digeribile per i rappresentanti dei lavoratori.
Dall’altro lato, i sostenitori del “realismo economico” fanno notare che i sogni di un rilancio totale e pulito dell’ex Ilva si scontrano con la realtà. La fabbrica produce pochissimo, ha impianti vecchi e molti fondi pubblici per la transazione ecologica sono sfumati. Per alcuni esperti, il piano Jindal potrebbe essere l’unico economicamente sostenibile per evitare la chiusura definitiva.
Il 28 luglio a Palazzo Chigi non si deciderà solo il nome di un acquirente. Il governo di troverà di fronte a un bivio storico: accettare un compromesso al ribasso pur di salvare la fabbrica, o puntare su un rilancio totale di cui, al momento, nessuno sembra avere le chiavi.




